Trump, Taylor Swift e le equazioni degli atti inconsulti

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Claudio Comandini
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Claudio Comandini

Data di Pubblicazione

26 luglio 2024

Del perché cose lontane possono somigliarsi e come anche la matematica può aiutare a capire attentati, concerti e andazzo generale.

L’attentato a Trump è come un concerto di Taylor Swift. E sebbene il primo non sia sicuramente un estimatore della seconda e questa sia esplicitamente avversa al primo, i due hanno più cose in comune di quanto possa ad un primo sguardo sembrare. Se ambedue incarnanano nel modo più brutale la logica del successo a tutti i costi, gli eventi che li riguardano somigliano alla grigia eppure fracassona versione Netflix di filmoni antichi e sono in qualche modo vuoti e riempibili a piacere. Possono essere letti come pare ad ognuno e tutti possono portarli dove gli fa comodo: infatti, le teorie e le paranoie da complotto più meno interessate, nonché le interpretazioni comunque sempre forzate, già si sprecano e certamente non si fermeranno, favoriti dalla natura comunicativa dei coinvolti, spiccatamente aggressiva e particolarmente versata nell’uso dei social. E come è nella natura anarco-capitalista di tali strumenti, quanto prevale negli eventi che li riguardano è perlopiù caos. Questo non significa non avere management e obiettivi, oppure non subire pianificazioni avverse, quanto piuttosto che dobbiamo fare i conti con informazioni vaghe e ambigue e che l’ordito degli eventi si colloca fuori dalla razionalità con cui eravamo soliti pensare.

Ci ritroviamo così obbigati a cercare soluzioni senza aspettarci risposte certe. Come può accadere che le falle di un’altrimenti ossessiva sicurezza permettano attentati in qualche modo fecondi per la politica? Com’è possibile che l’insignificanza musicale venga magnificata in modi imbarazzanti persino per il più pervicace fanatismo?

Se l’attentato al tycoon è sembrato un atto inconsulto, gli atti inconsulti sono spesso celebrati nelle canzoni della star; non sono gesti che si risolvono in soluzioni esplicite. Per l’attentato, che realmente e non per gioco o simulazione si prefiggeva di uccidere l’ex presidente e attuale candidato, avremo la consueta rassegna di mandanti e responsabili di comodo, così come del resto ogni rappresentanza è ormai soltanto una pupazzata; l’esecuzione, le indagini, tutto il resto, resteranno materiale su cui invano si cercherà un senso, pur inventandone molti. E tutto contribuirà a «rovinare la giornata perfetta di qualcuno», come dice Taylor Swift. Dal canto suo, la diva americana scavalca quanto eravamo soliti chiamare messaggi e contenuti, profondendosi in una continua confessione di un’intimità vuota cadenzata da storie banali e orchestrata da una mescolanza informe di generi, che si sviluppa attraverso melodie di una nota e progressioni sempre uguali (I-V-VI-IV); ciò nonostante, e anzi proprio per questo, riesce a mandare in visibilio isterico un pubblico altrettanto informe che si identifica in uno stile senza stile in grado di assumere la personalità di chiunque.

La politica e lo spettacolo, che ormai si distinguono a fatica, sembrano in qualche modo privi di vita vera e le loro comparse più che a persone sono simili a fenomeni fisici, tipo fulmini improvvisi o buste di patatine vuote, e quindi ad entità elettriche o plastiche.

I fenomeni della politica e dello spettacolo sembrano così dimostrare una qualche analogia con quanto descritto dalla Teoria della Regolarità Ellittica, per la quale la European Mathematical Society ha premiato Cristiana De Filippis, docente presso la facoltà di Matematica a Parma. La teoria riguarda l’analisi delle equazioni differenziali parziali e asserisce che le condizioni per cui risultati e comportamento siano regolari è che lo siano termine noto e coefficienti. La teoria ha applicazioni pratiche che permettono di considerare l’esistenza di equazioni non lineari, capaci di descrivere fenomeni fisici come i campi elettrici o l’elasticità dei materiali per i quali non è possibile trovare soluzioni esplicite, ovvero formule che forniscano il valore esatto delle incognite. Tuttavia, è possibile studiarne le proprietà qualitative in modo da ottenere informazioni utili rispetto ai fenomeni descritti. Tra queste proprietà, la continuità e quindi la possibilità di tracciare la soluzione come linea continua, nonché la derivabilità che può essere ottenuta anche senza conoscerla a priori. È più di un’analogia il supporre che gli eventi politici e dello spettacolo, per quanto non lineari, abbiano proprie costanti, e possiamo rischiararne la natura incerta attraverso la sequenza tracciabile continua di dati, valutando dai concreti interessi in gioco le conseguenze possibili e la regolarità delle soluzioni. Quanto ci proponiamo è studiare il comportamento limite di queste approssimazioni.

Il concerto di Taylor Swift e l’attentato a Trump sono in qualche modo lampi a ciel sereno e sacchetti di plastica spiegazzata, e quindi fenomeni prettamente fisici privi però di formule che forniscano il valore esatto delle incognite. Come accade nelle equazioni prive di soluzioni esplicite, nonostante le incertezze, le circostanze permettono di studiarne gli aspetti e di reperire le informazioni utili a comprenderne le caratteristiche. La realtà è quel che è, approssimazioni e sfumature siamo costretti ad accollarcele, termine noto e coefficenti comunque vada li conosciamo e in definitiva i conti non sono difficili. Le canzoni sceme portano soldi e credibilità alla cultura dell’effimero, e questo è normale nei fenomeni pop costruiti per piacere e creare consenso, in un’apparente trasgressione del banale che si risolve nella solenne e definitiva consacrazione del banale stesso. Non c’è molto da aggiungere, se non che, come ammette esplicitamente nei suoi testi, la ragazza si compiace che la gente le dica che non ha niente nella testa, sa che prende troppi appuntamenti e poi non gli sta dietro e quindi, a tutti noi suoi prossimi possibili errori, lascia questo avviso: «se sei orribile con me, scriverò una canzone al riguardo, e non ti piacerà. È così che opero». Ma da tempo sa anche, con una saggezza low-cost che vale di più del rude pragmatismo di tanti amministratori, che «niente sembra funzionare al primo colpo».

L’attentato improvviso e letale verificatosi in Pennsylvania, sventato con l’abbattimento del ventenne Thomas Matthew Crooks, peraltro elettore repubblicano, privo di esperienza militare e senza malattie mentali pregresse riconosciute, vittima di bullismo blando come a tutti può essere capitato, ha inevitabilmente implicazioni e derivazioni più complesse, le cui regolarità possono comunque essere osservate in poche esatte battute, per le quali ci si atterrà alla massima precisione matematica delle definizioni. Collegata alle reazioni degli sfidanti, il ritiro del senile e impresentabile Joe Biden favorisce la candidatura dell’attuale vice Kamala Harris, guerrafondaia seppur piagnucolosa come spesso accade ai cosiddetti democratici. Direttamente conseguenti, le dimissioni del capo dei servizi segreti Kimberly Keatle, demente e incapace come tutti i pretenziosi woke, apice dell’isteria progressista. Concomitante, la morte della democratica Sheila Jackson, impegnata nel settore promozione diritti civili, la cui vicinanza agli ambienti dell’intelligence consente speculazioni su quanto il suo decesso possa cancellare le tracce dell’attentato oppure destabilizzare Trump. Il quale rimane pur sempre un campione nel provocare odio e nel nutrirsene, più iconico di una rockstar quando con il volto segnato di sangue alza i pugni per gridare «Fight! Fight!». L’odio compare anche nel repertorio della cantante, per fatalità originaria proprio della Pennsylvania, sprezzatamente consapevole che «the haters gonna hate (hate hate hate hate)».

Di eminente importanza nelle relazioni internazionali, e forse l’unico dato che vale davvero qualcosa per farsi un’idea di cosa ci aspetta, l’arbitrario collegamento delle responsabilità dell’attentato con le minacciate ritorsioni compiute dall’Iran per l’omicidio del generale Soleimani, ordinato nel 2020 proprio da Trump, indicando così il chiaro intento di allargare i conflitti, che senza troppi riguardi potrebbero ritirarsi dal fallimento ucraino per destabilizzare maggiormente altre aree. Del resto, sono in ballo i destini del mondo, o quantomeno il dominio sull’Eurasia e sul secolo a venire. Le armi spareranno dove possono, in fondo è il loro mestiere, ma è pur vero, come dice Taylor Switf, qui più acuta di tanti immarcescibili fan dell’export democratico americano, che «è difficile combattere quando la lotta non è giusta». Ma ormai, nessuna lotta sembra più essere giusta.