Pessimus virus

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Claudio Comandini
di

Claudio Comandini

Data di Pubblicazione

26 gennaio 2024

La malattia sembra regnare sovrana, arrivando a istituire nazioni, legittimare diritti e fondare categorie dal carattere presuntivamento democratico eppure indiscutibile. Aggredior virus, quattro anni dopo.

Una strana sorta di virus si diffonde attraverso l’informazione propagando e innestando, nel nostro ambiente complessivo, malattie e guerre di ogni tipo. Le forme di quanto già ho chiamato ‘infodemia’ sono arrivate a rendere la condizione di molti tra coloro che un tempo venivano detti umani un qualcosa che non è più né vita né morte. E se dite che ciò non è vero, è perlopiù perché la parola vero sembra aver smarrito ogni significato. Ammettiamolo: mentire non è soltanto lecito, è condizione imprescindibile non esclusivamente della cosidetta comunicazione ma pure della, chiamiamola ancora così, esistenza. Inoltre, anche al di là del corona, la malattia sembra regnare sovrana, arrivando a istituire nazioni, legittimare diritti e fondare categorie dal carattere presuntivamento democratico eppure indiscutibile.

Intanto, mentre la situazione successiva al lockdown procedeva disattendendo ogni promessa di rilancio, la stessa legge che imponeva il predominio delle compagnie farmaceutiche mi permetteva, in maniera piuttosto singolare, che venissi esentato dalla somministrazione del vaccino per motivi di salute. Eppure, nell’inarrestabile dominio di frammentazioni e polarizzazioni che impediscono di comprendere ogni complessità, pure tale particolare evenienza, che scardina la banale contrapposizione vax/no-vax, non ha poi significato molto. Se un pensiero che cerca autentica radicalità non può sopportare appartenenze obbligate, una competizione al ribasso non ha bisogno di filosofi. E va bene così.

Il quadro che delineavo in “Aggredior virus” era composito, niente a che fare né con teorie del complotto né con legittimizzazioni striscianti; il sottotitolo era ironico, eppure non scherzava affatto. Infatti, quelli erano davvero ‘i migliori giorni della nostra vita’, giorni che ancora mantenevano fiducia e cercavano speranza in modi che oggi sembrano insensati. Io ero lì, a registrarne attentamente ogni sollecitazione cercando di fare in modo che scrittura, memoria e intelletto significassero realmente qualcosa. Credevo fosse importante, nonché utile, come per me sempre lo è, decostruire l’attualità, chiamare all’appello le ragioni taciute del presente e così aprirlo alle possibilità.

Eppure, chiusure e paure predominano ad ogni livello, l’attualità è definitivamente in fuga da se stessa, tutto è a pezzi per conto proprio. Da sempre trovo indegni tanto un potere feroce pur se sostanzialmente impotente, quanto una dissidenza agitata che sa soltanto ostentare inadeguatezze; non riesco a trovare alcun interesse verso i troppi che cercano visibilità per esibire la propria miseria personale e intellettuale. Resta quindi decisamente più interessante cercare quanto qualcuno, già molto prima di me, definì quali «segni dell’antica fiamma», i cui percorsi odierni sono rigorosamente fuori da ideologie o pseudotali, tutte maistream e tutte datate, e dal loro gioco a somma zero. Così, dopo l’esperienza di questo libro, che comunque trovo tuttora sorprendente, non ho scritto molto e ho pubblicato ancor meno. Ad ogni modo, ciò non ha poi grande importanza in un mondo intossicato anche da troppe parole, delle quali spesso si è costretti ad essere complici.