Vedere, scrivere, forse cadere (da una finestra, dopo lungo silenzio)

filosofia
poesia
Claudio Comandini
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Claudio Comandini

Data di Pubblicazione

29 agosto 2022

Dopo un lungo silenzio. Da una finestra. Cadere, vedere, scrivere. Forse.

Una finestra è un foglio bianco. Apro gli occhi, e continuo a vederlo. E vedo qualcosa o qualcuno che non finisce di cadere. Forse è una storia iniziata all’ombra delle felci, in epoche di cui non abbiamo memoria. Cielo e terra sono ora spezzati da un confine fatto di vuoto e precipita questo mondo di cose esclusivamente presenti. Un nuovo fuoco grigio ci corrode: lo scrissi tempo fa, ancora lo vedo. Tutto cambia, tutto è cambiato, non sappiamo quanto e fino a dove. Niente sembra poter frenare questo assalto continuo. Tutti scrivono e nessuno legge, eppure non puoi scrivere solo per farti leggere e non puoi nemmeno leggere soltanto quanto è già scritto. Non ha senso rivolgersi a nessuno se non alla stessa scrittura: non agli inesistenti luoghi del discorso obbligato, non alle pagine che restano chiuse per sempre. Quanto davvero rimane è scritto nel sangue. A volte sgorga.

Guardo un litigio tra due persone. Sovrapposte al punto di non scorgersi l’una con l’altra. Quello che si dice uomo ha più inchiostro che pelle e una barba disegnata troppo bene, labbra a canotto e unghie da Godzilla pretenderebbero di definire la donna. Impegnati a mostrarsi per nascondersi, perfetti nel nascondersi in ciò che mostrano. Lui non dimostra protezione, lei non fornisce comprensione, e anche il viceversa è escluso. Soli nel disincontro, incapaci di accogliersi. Irreperibile la sintesi. Persi ognuno nel proprio riflesso, accecati dai selfie. Nessuna vita trova luce nell’oscurità che coltivano e ostentano. Qualcosa ormai privo di nome persiste nella sua frattura. Una brama di vuoto li uccide ogni istante: è una vicenda antica e ricorrente a cui sfuggire non vuoi. Non è un patriarcato da tempo finito o un femminismo mai realizzato quanto continua a farli cadere.

Guardo l’Occidente che a nord balla nei palazzi del potere e si strofina dove capita capita, vip, influencer e altri minchioni; una giovane donna dice piangendo dagli schermi del consenso che non si droga ma deve pur divertirsi, e tutti annuiscono. Nel frattempo, verso est, macchinazioni legate ad un Paese che non vuole più essere russo fanno esplodere l’automobile di un filosofo reputato troppo russo; un’altra giovane donna prende fuoco, e nemmeno il Papa può parlarne, e attenti a pregare. Ovunque i banchieri decidono quali macerie dovranno restare delle nostre povere vite costrette a cadere. Lo scandalo non è che i politici facciano festa, ma che si credano importanti. Impazza il vuoto e va bene così, il terrorismo di stato viene apertamente legittimato. A molti piace, finalmente lo si riconosce. E ora continuate pure a ballare.

Guardo sulla strada un nigeriano non poi così mal messo. Chiede soldi, gli sono dovuti, guai a dirgli qualcosa. Un’anziana ha paura, sembra cadere. La celebrazione acritica del migrante è ormai un modo per non affrontare civilmente la questione dei flussi migratori, la cui gestione sta danneggiando, oltre a tante persone, sia i Paesi e le culture di origine che quelle d’arrivo. Argomento inevitabile eppure intoccabile, anche perché ne hanno fatto un business. Sono troppi gli iniqui che, come mendicanti prepotenti, reclamano potere ad ogni costo, mentendo violentemente e sistematicamente su tutto ciò rispetto a cui prescrivono ignoranza appellandolo col nome di cultura. Livellare ogni cosa, confondere tra loro persino uteri e buchi del culo, pertugi in fondo ognuno degno nel suo campo. Resta un sordo vuoto in cui nulla sembra più avere qualcosa di proprio.

Guardo il Paese che dovrebbe essere il mio e che non si sa più di chi sia, né di chi sarà. Obbligati a scegliere tra alternative peggiori dei pasti di un aereo forse già caduto. Sopravvissuti a tutto, costretti a divorarci reciprocamente pure se facciamo sempre più schifo. Altro che carbonara, con pancetta o guanciale che sia. I bei tempi della pandemia hanno slatentizzato ogni patologia: evviva, affermano maldestri di sinistra. Appare sinistra una donna che da destra propone tasse per i colossi digitali e di nazionalizzare le telecomunicazioni che ci hanno già comprato in svendita con il plauso di ogni mano. Ogni pedina si confonde e il gioco si fa impossibile. L’incoscienza è scienza. La gente piange la scomparsa di un vecchio raccomandato abile nel riciclare il positivismo più bieco come fosse chissà quale grande sapienza. Vallo a spiegare ai giocattoli rotti.

Una finestra è un foglio bianco. Chiudo gli occhi e lascio le forme animarsi. Tutto si compone senza un mio intervento: non immagino nulla, è il reale a compenetrarmi. Non smetto di vedere. Al ristorante qui sotto mangiano così tanto da far vomitare. Molti non sanno più fare altro. Accomodatevi pure, ma non date retta ai vermi capaci soltanto di strisciare, misgovernati da incapaci ancora più vili. È nostra facoltà il meditare un gesto capace di portare mutamenti. Non sempre è facile indovinare i tempi e impartire un aspetto al possibile; più complesso ancora è dare compimento. Tendere l’arco, ricordarne nome e opera. E se qualcuno mi odia, non importa. Se qualcuno mi adora, non importa. Se qualcuno o qualcosa precipita e si spezza dentro me, non importa. Volo rasoterra, se cado mi rialzo, sempre; a volte ne soffro, più spesso ne rido, e non importa. C’è altro da fare.

Fotografia: Claudio Comandini, Aprite quella finestra (Tivoli 2018)