Intellettuale chi?
Chi e cosa sono gli intellettuali e qual è il loro ruolo sociale e il loro rapporto con il potere?
Nell’epoca dell’assolutismo della tecnica, nella frattura tra malattia imperante e utopia igienista, i tempi in cui l’intellettuale era riconosciuto quale «funzionario dell’umanità» (Husserl) sembrano definitivamente trascorsi: con la diffusione inarrestabile dei media e nell’imperversante apologia dell’attualità, il parlare in nome di questioni quali ragione e bene comune appare quale vezzo démodé oppure diventa del tutto interessato.
Infatti, l’informazione è arrivata a rappresentare la prima linea di guerre senza scampo e senza fine nonché una forma di intelligence più dirompente delle bombe, il potere viene esercitato in una comunicazione omnilaterale distruttiva rispetto a formazione e diffusione delle idee. In tale contesto, coloro che si propongono oppure vengono riconosciuti quali intellettuali, i cui ambiti sono diventati piuttosto confusi e sfumati, spesso non sembrano rappresentare davvero nulla di universale.
Tra le due guerre mondiali, Julien Benda denunciava come l’adesione a passioni politiche quali nazionalismo, razzismo e lotta di classe segnasse il tradimento dell’allora selezionata classe intellettuale nei confronti di posizioni universaliste capaci di considerare l’umanità nel suo rapporto con nozioni quali giustizia e democrazia. Oggi, non soltanto tutte le rivendicazioni risultano viziate di particolarismi, ma esse stesse sono funzione di altro. Dominano pregiudizi che tendono soltanto confermare se stessi.
In un periodo a noi più prossimo, mentre il Paese sprofondava nelle sue contraddizioni, Pasolini notava che «coraggio intellettuale della verità e pratica politica sono due cose inconciliabili»: l’intellettuale fariseo dell’opinione deve strettamente attenersi ad una pratica d’intervento ideologicamente codificata, quello pensante e indipendente non ha reale accesso alle informazioni relative alla verità politica e rimane privo di influenza. La comprensione del contesto diventa troppo difficile per una pubblica ottusità sempre più livellata.
Dopo Pasolini, il mondo borghese precipita nella propria voragine, e il ‘vero’ intellettuale resta crocefisso dal pubblico disprezzo. Nessun effettivo ruolo sociale sembra a lui possibile, se non in cortili pseudo-ideologici e bassamente moralistici nel quale, con un paradosso non riconosciuto, rivendicazioni sterili si impongono quali modelli e addirittura sono elevate al rango di utopia. L’idea stessa di dibattito culturale, che già interessava a pochi, inizia a diventare impossibile, eppure tutti vogliono dibattere.
La storia viene travolta dall’incapacità di autocomprendersi, la faziosità e l’impotenza degli intellettuali ‘mediatici’ assume aspetti grotteschi. Incapaci di andare oltre un inutile parlare di tutto che si riduce a uno sterile riassunto di sé, ancorati alla difesa dei rapporti di forza e dei ruoli di potere dai quali dipende la loro inutilità, si limitano ad esibire quella incompetenza che fa a pezzi quanto resta della decenza. Cresce la subordinazione obbligata al consenso e si impone la banalità calcolata dell’influencer.
Dopo aver invaso ogni ambito, massificazione e profitto entrano in cortocircuito. L’inflazione, per cui la moneta cattiva caccia quella buona, arriva al punto che il sapere non vale più granché e tutti sono costretti a essere pseudo-intellettuali. La logica dei social spinge chiunque ad uno sproloquio quotidiano privo di rigore, apertura e pubblica utilità, funzionale ad una visibilità che svapora in un istante. Rendere giustizia al presente può consumarsi in un’attesa continua e senza esiti, proprio mentre il crollo sembra incipiente?