Israele, Islam e neocon americani

geopolitica
guerra
11 settembre
Ebraismo
Islam
USA
Giancarlo Elia Valori
Claudio Ciani
di

Claudio Ciani

Data di Pubblicazione

24 luglio 2019

«Tutto inizia con la Prima Guerra Mondiale. Un conflitto che riduce l’Europa alla sua minima estensione e all’irrilevanza strategica, creando peraltro tre futuri elementi di contrasto sistemico: la creazione dell’Unione Sovietica, la caduta dell’Impero Ottomano, la distruzione dell’Impero Asburgico. Tre follie geopolitiche nate sul “principio di nazionalità” e, nel caso della Russia bolscevica, sull’idea inglese che tutta quell’area fosse irrilevante.

Su una cartina segreta del Foreign Office c’era scritto, sulla Russia, “area destinata a esperimenti socialisti”. Esperimenti che non intaccavano gli interessi dell’Impero Britannico, che già dava la Russia priva di significato strategico e economico. La Russia bolscevica diverrà poi una minaccia rilevantissima attraverso i suoi partiti comunisti, in tutta Europa; la caduta del mondo ottomano creerà l’occasione per un frazionamento islamista in tutto il Medio Oriente, la fine degli Asburgo eliminerà l’antemurale austro-ungherese verso l’Asia Centrale e il già operante jihad wahabita. Per non parlare della difesa fornita dall’Impero di Vienna contro la nuova “dittatura asiatica” del Cremlino. Che non può non espandersi nell’Europa Orientale.

Non aggiungiamo qui, tra le novità negative della Prima Guerra Mondiale, la nuova presenza, finanziaria e strategica, degli Usa sul territorio europeo, che si manifesterà con la crisi finanziaria tedesca successiva al primo conflitto mondiale. Una crisi generata, lo si ricorderà, dalla voglia anglofrancese di distruggere la Germania. E Keynes, certo, aveva ben previsto cosa sarebbe successo se l’Europa anglo-francese avesse umiliato la Germania. Saranno proprio gli americani, con il Piano Dawes, a dare un po’ di respiro alla Repubblica di Weimar. È poi un errore, ce lo dice anche Ciani, parlare di “Medio” Oriente. È questa una terminologia ad uso e consumo dei britannici, che infatti hanno una grande colonia in Estremo Oriente, l’India; e che leggono il “Medio” Oriente come semplice stazione intermedia per arrivare, appunto, all’India. [Al cui riguardo, viene stilato il] Trattato Sykes-Picot del 16 maggio 1916.

Una Europa senza più coperture a Nord-Est che si spartisce, come ai tempi della Guerra dei Trent’Anni, possedimenti non ancora conquistati. E che non saranno certo sufficienti a controllare le vaste masse asiatiche che premono ai confini del Mediterraneo. Strategicamente una follia, ma i leader anglo-francesi sono ancora prigionieri di un sogno di grandezza nazionale che è già evaporato con la Terza Internazionale di Mosca, il “buco” difensivo in Austria, ridotta a un nulla; e la creazione del nuovo caos orientale con la fine della Sublime Porta. Fine organizzata per favorire nazionalismi di importazione, in aree dove lo stesso concetto di “nazione” è del tutto evanescente.

Il Trattato Sykes-Picot stabilisce, nota Ciani […], la nuova presenza della Gran Bretagna nel mondo arabo, tra Giordania e Hejaz, Iraq la zona di Haifa. Una copertura geopolitica soprattutto per difendere le linee del petrolio, di cui Londra ha bisogno per la flotta e che arriva soprattutto dall’oleodotto Kirkuk-Haifa. La Francia avrà la parte settentrionale dell’Iraq, la Siria e il Libano. La Palestina dovrà essere sottoposta, secondo Sykes-Picot, a controllo internazionale, data peraltro l’immane quantità di regole consuetudinarie che riguardano i Luoghi Santi. Una spartizione che risponde solo agli interessi degli Stati Europei, azzera quelli dei popoli sottomessi e prepara, facile previsione, altre guerre e crisi. Come puntualmente avverrà.» Questo scrive Giancarlo Elia Valori nella prefazione al libro di Claudio Ciani “Un nuovo Medio Oriente. Dall’accordo Sykes-Picot al progetto per un Nuovo Secolo Americano” (Mimesis 2017).

Andiamo quindi a vedere, nelle ultime pagine di questo libro, cosa è avvenuto nei tempi a noi più recenti e come, per mantenere l’egemonia occidentale a guida americana voluta dai neocon, per i cui interessi è cruciale il ruolo di Israele deciso dal punto 4 del Piano Marshall quale “cuneo di penetrazione in Medio Oriente” che ripropone la Grande Israele biblica, sia stato adulterato l’Ebraismo e screditato l’Islam.

Perché il mondo arabo-musulmano è la principale vittima di questa ideologia neoconservatrice americana che costituisce apparentemente il sostrato del Nuovo Ordine Mondiale e il culmine ultimo di un lungo processo storico giunto al termine – secondo un altro teorico neoconservatore: Francis Fukuyama? Sappiamo ora che [a differenza di come da lui teorizzato ne La fine della storia e l’ultimo uomo (1992)] la Storia non finì; al contrario, stiamo assistendo ad un’accelerazione senza precedenti, e l’Impero americano, lungi dal portare pace e prosperità al mondo, ha condotto il genere umano sulla strada verso il grande disordine nel mondo e il caos distruttivo nel mondo arabo-musulmano, specialmente attraverso le cosiddette “Primavere arabe”.

Aiutato da un formidabile rullo compressore mediatico nella sua impresa di dominio globale nell’interesse di un cosiddetto destino manifesto messianico, l’impero americano s’impegnò a ridisegnare la mappa geopolitica mondiale in modo da poter fondare, nel lungo termine, una sorta di “Stato mondiale” o “Governo mondiale”. Ciò che presuppone la distruzione delle nazioni mediante il loro dissolvimento in regioni e poli continentali. Questo è probabilmente ciò che Herbert Marshall McLuhan, sociologo canadese e consulente vaticano – noto, in particolare, per aver coniato l’espressione «il mezzo è il messaggio» – aveva in mente quando scrisse nel 1968 War and Peace in the Global village,1 il suo libro rivoluzionario nel quale egli raffigurò un pianeta reso sempre più piccolo dall’uso delle nuove tecnologie, e impiegò il concetto di glocal, un misto di globale e locale, anticipando la fondamentale architettura del Nuovo Ordine Mondiale.

Come è stato ben esemplificato in un articolo2 pubblicato nel 2012, dopo la caduta del comunismo, l’epicentro di questa politica venne fissato in Medio Oriente «dove si trovano non solo le più grandi riserve di idrocarburi ma anche lo Stato di Israele, la vera casa madre del Globalismo, che, sin dalla sua creazione, ha ostacolato tutti i tentativi di pace in questa regione del mondo». La configurazione geografica di questa parte del pianeta è stata, per lungo tempo, ridisegnata in seno ai think-tank ebreo-americani e per opera dei comandi militari i cui obiettivi ultimi sono la frammentazione delle nazioni su basi etniche e religiose (lasciando Israele come unica superpotenza regionale), spingendo l’Islam a compiere il suo “Vaticano II” così da essere integrato un domani nel vasto nascente mercato mondiale.

Poiché l’Europa «è (come se fosse) in Dormizione, che ci piaccia o meno, l’Islam è l’unico argine difensivo contro la morsa totale della finanza di Tel Aviv e Washington sul mondo». Questa volontà di soffocare l’Islam mira anche a «creare un’unica religione» (che dovrebbe riunire tutte le attuali religioni). E questo scopo verrà raggiunto attraverso l’esasperazione dell’opposizione tra musulmani Sunniti e Sciiti. In vista di questo obiettivo, si possono facilmente comprendere anche i motivi per i quali è stato pianificato il sacro “Stato Islamico”,3 che include La Mecca e Medina, per meglio controllare l’Islam e integrarlo nel Nuovo Ordine Mondiale, ciò che adesso non è ancora possibile. Infatti, questa religione (che si concepisce quale “ultima rivelazione”, quindi relativamente nuova) non possiede una gerarchia riconosciuta.4

Nel suo eccellente libro, Black Terror White Soldiers: Islam, Fascism & the New Age,5 David Livingstone afferma che gli occidentali, poiché sono fin troppo ignoranti circa la storia del resto del mondo, informati soltanto dei traguardi raggiunti dalla Grecia, da Roma e dall’Europa, ci hanno fatto credere che le loro società rappresentano gli esempi migliori di civiltà. Quest’idea, continua Livingstone, discende dall’influenza occulta di coloro che credono e insegnano che la storia raggiungerà il suo compimento quando l’uomo diventerà Dio e produrrà le sue proprie leggi. Livingstone conclude dichiarando che questa (influenza/idea) si trova alla base della propaganda che è stata utilizzata per promuovere uno “scontro di civiltà” per mezzo del quale il mondo islamico viene gabellato come ostinatamente attaccato all’idea anacronistica di teocrazia.

Dove, un tempo, l’espansione della Cristianità e la civilizzazione del mondo venivano utilizzati come pretesti per la colonizzazione, oggi un nuovo White Man’s Burden6 fa uso dei diritti umani e della democrazia per giustificare le aggressioni imperiali. E poiché, dopo secoli di decadenza, il mondo islamico si è dimostrato incapace di mobilitare una difesa, i poteri occidentali, nell’ambito della secolare strategia del divide et impera, hanno favorito l’ascesa del fondamentalismo islamico sia per servirsene come agente-provocatore sia per diffamare l’immagine dell’Islam.

Poche settimane dopo l’invasione americana dell’Iraq, Ari Shavit scrisse un pezzo stimolante sul quotidiano israeliano Haaretz, che portava proprio il significativo titolo White Man’s Burden, in cui egli affermò che la guerra contro l’Iraq si basava su una «fede ardente diffusa da un piccolo gruppo composto di 25 o 30 neoconservatori, quasi tutti ebrei, quasi tutti intellettuali (una lista parziale include: Richard Perle, Paul Wolfowitz, Douglas Feith, William Kristol, Elliot Abrams, Charles Krauthammer), persone che sono amici comuni e si coltivano l’uno con l’altro, convinti che le idee politiche costituiscono la principale forza che muove la storia. Essi ritengono che la giusta idea politica implica l’unione della forza e della morale. dei diritti umani e del coraggio. Il sostegno filosofico dei neoconservatori di Washington proviene dagli scritti di Machiavelli, Hobbes e Edmund Burke. Essi apprezzano anche Winston Churchill e la politica perseguita da Ronald Reagan.»7

Citando William Kristol, Shavit aggiunge che per questi neocon la guerra contro l’Iraq si basò anche sulla «nuova Weltanschauung americana secondo la quale qualora gli Stati Uniti non riescano a modellare il mondo a propria immagine, il mondo riuscirà a modellare gli Stati Uniti a sua immagine». Ad un livello più profondo, secondo Kristol, si tratta di «una guerra più importante finalizzata alla formazione di un nuovo Medio Oriente. Una guerra pianificata per cambiare la cultura politica dell’intera regione. Perché ciò che accadde l’11 settembre 2001, sostiene Kristol, fu che gli americani si guardarono attorno e videro che il mondo non era ciò che essi pensarono che fosse. Il mondo è un posto pericoloso. Perciò gli americani ricercarono una dottrina che consentisse loro di affrontare questo mondo pericoloso. E l’unica dottrina che essi trovarono fu quella neoconservatrice.»8

La stessa idea è ovviamente condivisa da Charles Krauthammer per il quale «la guerra in Iraq è stata combattuta per sostituire l’accordo diabolico che l’America fece, decenni or sono, con il mondo arabo. Quell’accordo recitava: «voi ci invierete il petrolio e noi non interverremo nei vostri affari interni […]. Quell’accordo di fatto decadde l’11 settembre 2001, afferma Krauthammer. Da quel giorno, gli americani compresero che «se essi avessero lasciato agire il mondo arabo nel suo modo esiziale – repressioni, disastri economici, disperazione – esso avrebbe continuato a fabbricare sempre più Bin Laden». L’America, quindi, arrivò alla conclusione che non aveva altra scelta: doveva assumere su di sé il progetto di ristrutturare il mondo arabo. Di conseguenza, la guerra all’Iraq rappresenta veramente l’inizio di un enorme esperimento storico il cui scopo è quello di operare nel mondo arabo come fu fatto in Germania e in Giappone all’indomani della Seconda guerra mondiale.»9

L’articolo si conclude con l’opinione leggermente differente di Thomas Friedman, editorialista del New York Times, che non fa parte del gruppo, anche se egli non si oppose alla guerra ed era convinto che «lo status quo in Medio Oriente non è più accettabile. Lo status quo è finito. E, quindi, è urgente provocare una riforma nel mondo arabo». Friedman pensava: «è la guerra che i neoconservatori volevano. È la guerra che i neoconservatori hanno commercializzato. Quelle persone avevano intenzione di vendere quando l’11 settembre arrivò, ed essi vendettero. Ragazzi, essi vendettero la guerra. Dunque, non fu una guerra richiesta dalle masse. Questa è una guerra dell’élite. […] Potrei fornirvi i nomi di 25 persone (delle quali tutte si trovano, in questo momento, nel raggio di cinque isolati da questo ufficio) che, se voi aveste esiliato su un’isola deserta un anno e mezzo fa, la guerra in Iraq non avrebbe avuto luogo.»10

Tuttavia, egli era dell’idea che «non si trattò di qualche fantasia inventata dai neoconservatori. Non si trattò di 25 persone che presero in ostaggio l’America. Non porti una così grande nazione in una così grande avventura con Bill Kristol e il Weekly Standard e altri cinque o sei influenti editorialisti. In ultima analisi, ciò che fomentò la guerra fu la reazione eccessiva dell’America all’11 settembre. Il senso autentico della preoccupazione che si diffuse in America dopo l’11 settembre. Non furono soltanto i neoconservatori che ci condussero nei sobborghi di Baghdad. Quello che davvero ci portò nei sobborghi di Baghdad fu proprio una combinazione americana di ansia e di arroganza.»11

Echeggiando Ari Shavit, Stephen Green afferma che «dall’11 settembre, un piccolo gruppo di neoconservatori – molti dei quali sono ufficiali superiori presso il Dipartimento della Difesa, il Consiglio di Sicurezza Nazionale e l’Ufficio del Vicepresidente – hanno di fatto distrutto – essi direbbero riformato – la tradizionale politica estera e di sicurezza americana.»12 Dopo aver esaminato le esperienze pregresse relative alla sicurezza interna di alcuni dei più noti tra di loro, Green conclude che «essi avevano secondi fini, mentre manifestavano di lavorare per la sicurezza interna degli Stati Uniti contro i nemici terroristi». 

Bill Christison13 e Kathleen Christison pervengono alla medesima conclusione. Essi sostengono che «sin dai giorni, ormai dimenticati, nei quali la politica del Dipartimento di Stato in Medio Oriente era gestita da un gruppo di cosiddetti Arabisti, la politica americana su Israele e il mondo arabo divenne sempre più il campo di applicazione di funzionari noti per le loro tendenze verso Israele. […] Queste persone, che possono essere correttamente chiamate lealiste di Israele, si trovano ora in tutti i livelli di governo, dai funzionari del Dipartimento della Difesa fino al livello di vicesegretari sia al Dipartimento di Stato che alla Difesa, come pure nel personale del Consiglio di Sicurezza Nazionale e nell’ufficio del vicepresidente. […] Un esame del gruppo di personaggi presenti nella cerchia dei decisori politici dell’amministrazione Bush rivela un’impressionante rete pervasiva di attivisti pro-Israele, e una disamina dei voluminosi scritti dei neocon mostra che Israele emerge costantemente come punto di riferimento, sempre indicato assieme agli Stati Uniti come il beneficiario di una politica fortemente consigliata e sempre connesso agli Stati Uniti laddove sono in discussione gli interessi nazionali.»14

I due autori rivelano un esempio indicativo riguardante la stesura, da parte di Feith, Perle, David e Meyrav Wurmser, di un documento politico, pubblicato nel 1996 da un think-tank israeliano15, scritto per il primo ministro israeliano Netanyhau appena eletto. Attraverso questo documento, essi «sollecitarono Israele a provocare un ‘taglio netto’ (clean break) rispetto al perseguimento del processo di pace, in particolare i suoi aspetti connessi al principio «terra in cambio di pace», che gli autori consideravano «la soluzione per lo sterminio di Israele. […] Gli autori del documento compresero che la minaccia principale per Israele stava arrivando, non dovremmo essere sorpresi di scoprire ora, messi in guardia da Iraq e Siria, che con il rovesciamento di Saddam Hussein si presero due piccioni con una fava e si bloccarono le ambizioni regionali della Siria.»16

Secondo i Christison, Elliott Abrams «è un altro sfacciato sostenitore del diritto di Israele, che ora sta portando i suoi contatti con Israele nell’ambito dei servizi americani» dopo la sua «nomina a direttore del programma del Medio Oriente in seno al Consiglio di Sicurezza Nazionale». Stranamente, i Christison erano dell’idea che «il duo lealista nell’amministrazione Bush aveva dato un impulso ulteriore allo sviluppo di una tensione messianica del fondamentalismo cristiano che si era alleato con Israele in preparazione della cosiddetta Fine dei Giorni. Questi pazzi fondamentalisti considerano il dominio di Israele sull’intera Palestina alla stregua di una tappa necessaria verso il compimento del Millennio biblico, ritengono che qualsiasi rinuncia di territorio in Palestina sia un sacrilegio e vedono nel conflitto tra ebrei e arabi il preludio, ordinato da Dio, all’Armageddon. […] che aumenta le possibilità, spaventose ma reali, di una guerra apocalittica tra cristiani e islamici.»17

In un commento scritto per un recente numero della rivista Foreign Policy, Elliott Abrams – nella sua qualità di membro del Consiglio per le Relazioni Estere (CFR) per gli studi mediorientali – prevede che «anche nello scenario migliore, con lo Stato Islamico sconfitto che perde il suo controllo su uno ‘stato’, esso può continuare ad esistere come gruppo terroristico – e in ogni caso al Qaeda e gli altri gruppi jihadisti non scompariranno»18. Ciò, Elliott conclude, non metterà fine al nostro coinvolgimento nei conflitti mediorientali che, in realtà, può portare ad un aumento degli stessi. Non ci saranno repliche di guerre irachene, con grande dispiegamento di truppe di terra, ma ci sarà bisogno di una estensione prolungata del tipo di impegno che osserviamo oggi.19

Tratto da: Claudio Ciani “Un nuovo Medio Oriente. Dall’accordo Sykes-Picot al progetto per un Nuovo Secolo Americano” (Mimesis 2019), pp. 7-9; 107-117. Adattamento: Claudio Comandini.

Immagine: Josh Kline: Project for a New American Century at Whitney Museum of American Art, April 19 – August 13, 2023.

Note

  1. Marshall McLuhan, Quentin Fiore, War and Peace in the Global village, Bantam Books, New York 1968; tr. it. Guerra e pace nel villaggio globale, Apogeo, Milano 1995.↩︎

  2. Les coups tordus de l’Empire, in «Réfléchir et agir», n. 40, inverno 2012.↩︎

  3. Secondo un riadattamento dei confini dell’area geografica islamica ipotizzato da Ralph Peters, membro del PNAC, in un articolo intitolato How a better Middle East would look, «Armed Forces Journal» 06.2006 (ultimo accesso 22.03.2025).↩︎

  4. L’Iran un pays en surss, «Nexus» n. 66, gennaio-febbraio 2010.↩︎

  5. David Livingstone, Black Terror White Soldiers: Islam, Fascism & the New Age, Sabilillah Publications, 2013.↩︎

  6. L’espressione deriva da una celebre poesia di Rudyard Kipling del 1899: «The White Man’s Burden: The United States and the Philippine Islands».↩︎

  7. Ari Shavit, White Man’s Burden, «Haaretz» 3.04.2003 (ultimo accesso il 22.03.2025).↩︎

  8. Ibid.↩︎

  9. Ibid.↩︎

  10. Ibid.↩︎

  11. Ibid.↩︎

  12. Stephen Green, Neo-Cons, Israel and the Bush Administration, «Counterpunch» 28.02.2004. (ultimo accesso 22.03.2025).↩︎

  13. Bill Christison è stato un ufficiale superiore della CIA. Prestò servizio come funzionario di intelligence e come Direttore dell’Ufficio di analisi politica e regionale della CIA.↩︎

  14. Bill Christison, Kathleen Christison, The Bush Neocons and Israel, «Counterpunch» 6.09.2004 (ultimo accesso 22.03.2025).↩︎

  15. A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm.↩︎

  16. Bill Christison, Kathleen Christison, cit.↩︎

  17. Ibid.↩︎

  18. Elliot Abrams, The United States Can’t Retreat From the Middle East, Foreign Policy, 10.07.2017.↩︎

  19. Ibid.↩︎