Cose turche
Un golpe fallito: retroscena possibili e conseguenze probabili. Ridefinizioni politiche e geopolitiche. Le musiche della Turchia tra ieri e oggi. I nuclei di tre civiltà tra Oriente e Occidente: la Nova Roma , l’Islam e i Turchi, Atatürk tra antenati e modernità. La Cappadocia, le mele e la bicicletta.
1. Colpi e contraccolpi
Il tentato golpe militare in Turchia e la seguente repressione del presidente Erdoğan, che hanno fatto rispettivamente 238 morti e 70mila epurati, e che tra gli altri costi ha avuto anche quello di circa 90 miliardi di euro, sono tra i molti shock di questo presente così evanescente e cruento. Le persone sono sempre più stordite da una dimensione di simultaneità dove spesso si perdono contesto e prospettiva degli eventi. E così, ovunque si rivendica libertà; tuttavia, molti ne abusano, pochi lottano per conquistarla. Alcuni imbracciano le armi e si autodefiniscono combattenti per la libertà (in turco özgürlük savaşçısı), altri ancora sono deputati a preservarla dalle istituzioni assumendo compiti di guerra e anche di ordine pubblico (come in Turchia la Jandarma), ma non tutti sono persuasi della validità delle loro rispettive imprese. E laddove le persone comuni sono stanche di essere usate dai giochi del potere, occorre in qualche modo non essere più troppo “comuni” e quindi di riuscire, quanto possibile, a sanare un’orrore quotidiano affollato di marionette e intrecciato di fili, e quindi afferrare il presente nascosto dietro l’attualità.
Le parti oscure di questo golpe sono molte, ma non serve inventare complotti che spiegano tutto pur non facendo comprendere nulla. Innanzitutto, va considerato che l’arte storicamente più radicata nel paese è proprio quella della guerra che, come ricorda Bernard Lewis in The muslim discovery of Europe (1982) rappresenta il «contributo» della Turchia al resto del mondo. La presenza delle forze armate è così costante da diventare paradossalmente neutra, eppure come può testimoniare chiunque sbarchi nel Paese, ad essere bellicosissimi sono i commercianti - trattare, accettare la sfida: vendere e basta non è sufficiente.
Lo stile attuato da questo golpe sembra ricalcare quanto dimostrato nel 1960, nel primo dei golpe militari nel dopoguerra, e ha come responsabili giovani ufficiali in posizioni di prestigio, tra cui il colonnello Ali Yazıcı, aiutante di campo del presidente, e Mehmet Dişli, assistente del capo di Stato maggiore generale. Tra gli errori, sopravvalutare il prestigio delle forze armate, sottovalutare le risorse necessarie, il pessimo tempismo di scegliere un’ora serale, e sopratutto la mancata neutralizzazione di Erdoğan (Fabio Mini, Tecnica di un golpe fallito, «Limes» 7/2016, pp. 43-52).
Il presidente viene avvertito con un’ora di anticipo, allerta i suoi sostenitori con un appello ripreso con un iPhone, e la circostanze suggeriscono che il fallimento del piano sia stata permesso proprio per favorire un piano di epurazioni deciso da tempo, in modo da ridefinire intelligence, istruzione e altri apparati decisivi per la vita del Paese, che si trova così ad essere spaccato.
Infatti, le decine di migliaia di persone scese per le strade soprattutto di Istanbul, e poi persino di Colonia, hanno mostrato un sostegno al presidente che non stupisce chi conosce la Turchia e il suo peculiare nazionalismo, sempre pronto a raccogliersi attorno ai propri simboli. Viene comunque sancita una profonda frattura all’interno della società turca, le cui linee sono quelle che nell’ultimo secolo ne hanno deciso prima l’occidentalizzazione e poi la tendenza neo-ottomana. Certamente, non mancano le complicazioni, laddove un video mostra una commovente solidarietà tra parti avverse, mentre un’altro ritrae una decapitazione che testimonia un’islamismo radicale decisamente inedito nel Paese, storicamente noto come quello del «giusto mezzo dell’Islam».
Le reazione internazionali sono state piuttosto caute, anche in Paesi come gli USA che maggiormente hanno espresso critiche all’operato del presidente e allo stesso tempo sono più coinvolti dalle sue accuse, laddove viene indicato come capo delle sommosse l’imam Fethullah Gülem, ex alleato di Erdoğan, dal 1999 in esilio in Pennsylvania, che controllerebbe una sorta di loggia segreta ufficialmente impegnata nel volontariato presente anche in Germania. I rapporti della Turchia con gli USA sono ai minimi storici, e proprio per questo c’è attenzione a non farli naufragare del tutto: stare nella NATO è comunque un’opportunità.
In Italia la procura di Bologna ha avviato un’inchiesta contro il figlio del presidente Bilal, accusato di riciclaggio di denaro. Erdoğan replica che piuttosto sarebbe il caso di occuparsi della mafia, ma la questione avrà ripercussioni che aggraveranno le incrinature con la Germania, la cui Corte costituzionale ha messo precisi limiti all’ascendente del presidente turco, mentre il cancelliere austriaco Christian Kern ha direttamente chiesto l’interruzione delle trattative per l’adesione della Turchia nell’UE; a tale soluzione si oppone il presidente della Commissione europea Junker, per cui la pregiudiziale invalicabile è la reintroduzione della pena di morte.
Le cautele verso i pur preoccupanti eventi in corso in Turchia coinvolgono, oltre alle implicazioni della questione dei rifugiati, aspetti geopolitici decisivi. Il neosultanato di impronta imperiale domina nel Paese ed è un deciso riferimento nel mondo islamico, maggiormente funzionale al mantenimento dell’equilibrio della zona rispetto a quello nazionale e laico rappresentato dai militari. La situazione suggerisce di non reagire con lo stereotipato corredo di indignazioni da tastiera: piuttosto, occorre farsi un po’ di domande sul Paese e chiedersi quali sono gli interessi in ballo e quali potrebbero esserne gli esiti.
La Turchia raccoglie confluenze e contrasti ed è attraversata da numerose tensioni: laico lo stato e le istituzioni, islamica la popolazione e da qualche anno il governo, integrata nella NATO la politica estera per quanto ai confini con potenze non-occidentali. Conserva eredità della Roma d’Oriente e perciò dell’Impero Bizantino, quindi dell’impero Ottomano che segue alla conquista turca. Al tempo di Atatürk il paese, sconfitto dagli inglesi, smantella ogni traccia dell’impero che aveva dominato il mediterraneo. Dal 1923 la lingua viene completamente riformata nei caratteri e nella grammatica, con riferimento al latino, al tedesco e ai dialetti della regione; le leggi non sono mutuate dal Corano ma si ispirano al codice civile francese e al codice penale italiano; viene ingiunto lo scioglimento a ordini religiosi quali i Dervisci rotanti, alle donne è vietato il velo negli uffici pubblici.
L’esercito, per quanto occidentalizzato, poco tollera libertà come quella di stampa, e si rende responsabile di tre colpi di stato (1960, 1970, 1980) e di un golpe bianco contro il leader islamico Erbakan (1997). I militari controllano la Oyak automobili e hanno a lungo conteso con la holding islamica Kombpassan di Erbakan in modo da ottenere le commesse della costruzione di una centrale nucleare. Dal 2002 è presidente Erdoğan, un passato da allievo sufi e venditore di limonate, già sindaco di Istanbul e forte di un importante ruolo imprenditoriale con la holding familiare che rifornisce i supermercati del paese. Come leader del partito AKP raccoglie i consensi della diffusa devozione popolare all’Islam mediando tra tensioni all’Europa e nostalgie ottomane. Dal 2002 esprime un governo che esprime un’orientamento piuttosto costruttivo e rinnova servizi, strumenti e rappresentanza del Paese.
La Turchia, che aveva richiesto l’ingresso nella UE dal 1987, soltanto nell’agosto 2002 ottiene lo sblocco delle diffidenze occidentali, laddove accetta le riforme richieste nell’ambito dei diritti umani, su abolizione della pena di morte, concessione di maggiori libertà d’espressione, piena legalità nell’uso della lingua curda: problematiche che non appartengono ad uno stato integralista, ma proprie alla Turchia laica e democratica. L’ingresso della Turchia è stato votato dall’Europarlamento di Bruxelles nel dicembre 2004 con 407 voti a favore e 262 contro.
I negoziati sono macchinosi e tendono a mantenere le distanze, e così dal 2005 la politica estera del paese supera quella che Davutoğlu, stratega del neo-ottomanesimo e poi esponente di punta del governo, diagnostica come «alienazione filo occidentale» nella quale il Paese era rimasto sospeso per decenni, per dirigersi quindi verso Iran, Siria, Sudan e trovando interlocutori in Hamas e Hezbollah. Nel mantenere rivalità con Salafiti e altri integralisti, con i quali però è fortemente accusata di rapporti clandestini, formula soluzioni per la questione curda, nei cui confronti le ostilità sono mantenute soprattutto dall’esercito.
Per il politologo turco-americano Soner Çağaptay la ritrovata tensione della Turchia verso est comporta una sostanziale adesione del governo alle tesi geopolitiche di Huntington e inserisce il paese con gli islamisti antieuropei dalla visione polarizzata. Tale collocazione diventa rischiosa proprio laddove l’UE rifiuti la Turchia, portando così i musulmani in Europa a sentirsi definitivamente rifiutati in casa loro. Già da tempo è questa la denuncia verso la pericolosa evenienza di rendere la Turchia un catalizzatore islamista, il che porterebbe l’idea di scontro di civiltà a proiettarsi a Oriente come a Occidente, impedendo al Paese il suo ruolo potenziale di mediatore. Per un pieno inserimento definitivo in Europa risulta decisivo il ruolo del Partito repubblicano del popolo (CHP), principale partito d’opposizione, guidato da Kemal Kılıçdaroğlu, sceso anche lui in piazza per manifestare contro il golpe fallito e paralleamente denunciare il ruolo di manipolare di Gülen, in un inedito momento di unità nazionale.
La politica del presidente ha dato segni di evidente involuzione con la vicenda di Gezi Park del 2013, che prevede nel centro d’Istanbul un centro commerciale con moschea e caserma. Il rilancio del progetto alla base dei contrasti ha risollevato ancora una volta i rischi di deriva dalle libertà repubblicane e dalla stessa costituzione. Per sventare i rischi di un nuovo isolamento, la Turchia ha cercato di stabilizzare rapporti diplomatici con i paesi con cui la sua vasta geografia lo porta a confrontarsi. Si è pertanto riavvicina strategicamente a Israele in modo da riprendere la tradizione di buoni rapporti diplomatici prevalente proprio fino ad Erdoğan, recuperando anche su questione quali il massacro della Navi Marmara e Gaza. Con la monarchia wahabbita dell’Arabia, sunnita ma in modi diversi da quelli di una repubblica ufficialmente laica, l’ostilità nata dal disfacimento ottomano sta mutando in un’allenza funzionale a superare gli stalli di entrambi i Paesi.
Un’alleanza commerciale parallela, vista in maniera conflittuale dai Sauditi ma che risponde in maniera anche maggiore alle esigenze di crescita economie asiatiche, è quella con l’Iran sciita, rivale storico del mondo greco-bizantino-turco già dai tempi in cui era la Persia sasanide. Con la Russia, con cui si contende da secoli e in vari modi l’influenza su numerose zone dal Caspio ai Balcani, nonché diversi aspetti della lunga eredità bizantina, è suscettibile di essere avversaria oppure alleata a seconda delle convenienze; le complicazioni dovute al conflitto siriano e agli arei abbattuti sembrano essere state superate a favore della ripresa di importanti rapporti economici, ma per quanto la riconciliazione abbia ricucito questioni quali l’abbattimento del jet russo, un’alleanza effettiva appare ancora piuttosto lontana. E il Paese cerca tregua anche con la Siria.
Per quanto riguarda l’Occidente, c’è un’Europa che oscilla tra lento disfacimento e faticosa ricomposizione, dalla quale la Turchia si allontana dopo esserne stata rifiutata, mentre gli USA dopo avere destabilizzato il Medio oriente potrebbero, a seconda della maggioranza in carica, o ricominciare a fare guerre globali come se non ci fosse un domani, oppure coltivare un isolazionismo pronto al flirt con la rivale Russia. La situazione è particolarmente incerta: è evidente il tentativo di tornare all’adagio dell’ormai ex ministro Davutoğlu «zero problemi con i vicini», eppure la sua realizzazione resta decisamente problematica e del resto tenere i piedi in tutte le scarpe non è cosa facile. Se si mantengono le tensioni legate ad alleanze circostanziali eppure obbligate e comunque dalle intersezioni problematiche, il quadro generale è cambiato irreversibilmente in modi per niente prevedibili. Per comprendere meglio il Paese, occorre tornare alla sua storia e alla sua cultura, scoprendo anche la sua musica.
2. Tempo di musica
Al tempo degli Ottomani, la modernizzazione di Costantinopoli e la conoscenza della sua cultura in Occidente venne favorita da molti intermediari. Uno di questi, il polacco Alberto Boboswski, conosciuto anche come Albertus Bobovious e come Alì Ufki Bei. Catturato nei primi del 1600 dai tartari della Crimea e venduto nella città, fu educato alle scuole di palazzo. Diventa traduttore del sultano, ed è uno dei primi a trascrivere parole e note della musica turca; stabilisce quindi distinzioni molto influenti tra la musica militare ottomana, la complessa musica di corte, per violino, chitarra a tre corde o saz, flauto di pan e corno persiano, i canti popolari o turku, repertorio popolare di canti di amore e guerra, non amati dalla persone colte ed educate. Boboswski fu licenziato verso il 1657 per ubriachezza.
Oggi che tutti si ubriacano, soprattutto nell’autostradale corso di Taksim dove si fronteggiano palazzi che hanno bar fino ai piani alti, l’intermediario che permette la conoscenza della musica è divento la musica stessa. Una figura decisiva nell’acquisizione di moduli occidentali alla musica tradizionale turca, formatosi in un periodo di particolare chiusura del Paese, è Özdemir Erdoğan, nato nel 1941 da madre pianista, conosciuto come chitarrista e cantante. Ispirato dal rock’n’roll e dal jazz, autore delle prime canzoni di pop turco, ha un repertorio particolarmente vasto e vario. Nella produzione popolare possiamo segnalare Eski Dostlar, in quella jazz una versione dello standard Take Five, tra le canzoni Gurbet.
Un pioniere del rock è Erkin Koray, classe 1941, il primo ad usare una chitarra elettrica e a cantare già dal 1957 brani di Elvis Presley e Fats Domino. Nei tardi anni ’60 diventa la principale figura della psichedelia turca e del rock anatolico, e nei primi ’70 fonda il trio Ter (sudore), che nonostante la forte sintonia con la produzione musicale internazionale perde il sostegno della casa discografica (Istanbul Records), probabilmente condizionata dall’isolamento degli anni della dittatura militare, peraltro fortemente filoccidentale. Il brano del 1970 Istemen (Mi viene voglia) è disponibile anche sulle antologie Love Peace & Poetry (della label tedesca QDK Media), preziosi documenti sulla produzione psichedelica non occidentale.
Per alcuni aspetti la musica asiatica di questo periodo offre una prospettiva complementare a quello che accade nel rock anglosassone dalla psichedelia in poi: dove i musicisti occidentali cercavano modi e sonorità orientali e mediorientali (come i Beatles indù, il Brian Jones marocchino, il raga rock dei californiani Kaleidoscope e degli inglesi Tomorrow, i berlinesi in gita in Egitto Agitation Free), in Turchia e altri paesi asiatici bisognava piuttosto cercare di procurarsi amplificatori, distorsori e chitarre elettriche, mentre tali suoni già erano conosciuti bene, così come era praticata l’improvvisazione. Di questo, portano testimonianza tracce quali Improvisation with Kanun, Ney and Ud del Sufi Music Ensemble (pubblicato nel 2002 dalla ARC Music Productions I, che dal 1976 si occupa di musica etnica e tradizionale a livello mondiale). Il brano, eseguito per flauto ney, ud e kanun (detto anche cembalo o salterio), è tipico della musica dei mistici sufi.
Un passo successivo si compie dove ad essere elettrificati sono gli strumenti tradizionali, ad esempio il saz, che possiamo dettagliatamente descrivere come cordofono dalla cassa di risonanza piriforme, manico lungo e tastatura mobile. Conosciuto nell’area asiatica come baglama, in Italia è detto anche chitarra saracena. Gli ZeN ne fanno un uso massiccio, affiancandolo a tarabuke e batterie elettroniche, chitarre e bassi elettrici, cembali e campionatori, una voce processata aliena all’Oriente come all’Occidente, esagerando anche un po’ nell’uso degli effetti. Con una stupenda copertina che riporta ai mosaici bizantini, il loro terzo disco Tanbul (pubblicato nel 1997 per la Kod Muzik, distribuita solo in Turchia) parla della città di oggi in tracce come Uzun Düz Dritta lunga).
Nella Turchia odierna, molti musicisti hanno doppia nazionalità, rispondendo in maniera più pronta delle burocrazie all’antica vocazione di estendersi lungo le due direttrici che definiscono il ruolo del Paese, restituendoci il senso di un’autentica «crossroad of civilization». Una figura chiave è Mercan Dede, alias Dj Arkin Allen, che suona il flauto ney ed è produttore discografico con la Double Moon, attiva dal 1998, distribuita in tutto il mondo attraverso accordi commerciali con le multinazionali del disco e la prima del Paese ad essere disponibile su iTunes. Come spesso accade per i neoetnici più alla moda, la musica di Meccan Dede, pur nella sua indubbia eleganza, non riesce ad evitare di essere un po’ manierata, ma si accende quando ritrova la città delle città in Istanbul (800, 2007). Mercan Dede è anche fotografo, ed è quindi adepto sufi, di derivazione alevita.
Una musica quale incontro e riconoscimento la ritroviamo nel lavoro di Kardes Turkùler (canzoni di fraternità), gruppo di ricerca etnica; sul Cd Dogu (BGST 1999), che significa “est”, il brano Nevruz Turku, tipico della città mesopotamica di Şanlıurfa, anticamente Edessa, da cui proviene il primo dei Volti di Cristo conosciuti come Mandylion. L’edizione è c./.urata dall’istituzione stanbulina Boğaziçi Gösteri Sanatları Topluluğu, “Ensamble di arti dello spettacolo con vista sul Bosforo”.
Le varietà delle storie e delle musiche turche sono estremamente diversificate, e arrivano ai Wax Poetic, fondati dal sassofonista Ilhan Erşahin, residente a New York, la cui Angels vede la partecipazione di Norah Jones, regalandoci un hip-hop turco raffinato e cosmopolita, pubblicato nel 2000 sia dalla Atlantic che dalla DoubleMoon. La traccia è anche sulla prima compilation East 2 West (2002), dove troviamo pure Bergama Gaydasì (2000), un tradizionale di Pergamo eseguito dai Laço Tayfà del clarinettista Hüsnü Şenlendirici, turco e zingaro, di estrazione culturale egea. C’è poi anche una produzione immensa e preziosa disponibile da tempo su cassetta e poi su CD zeppi di MP3, fuori dal diritto d’autore occidentale, dalla difficile catalogazione.
3. I nuclei di tre civiltà
Il Bosforo è quella lingua di mare dove Europa e Asia si incontrano. I suoi primi insediamenti si formano dall’inizio del primo millennio a.C.: Semistra, al fondo del Corno d’Oro, Lygos, che ne assorbe la popolazione sulla punta del Serraglio, Calcedonia, l’attuale Kadıköy nella parte asiatica, fondata dai megariti guidati da Acheo. Bizantyon è fondata da Byzas intorno al 659 a.C. nell’insediamento di Lygos, su suggerimento dell’oracolo di Delfi, «di fronte alla terra dei ciechi», cioè Calcedonia, i cui abitanti erano da considerarsi ciechi per aver trascurato l’importanza del porto naturale del Corno d’Oro. Coloni provenienti da Argo introducono il culto di Era, che si aggiunge a quello di Apollo.
Distrutta nel 96 d.C. da Settimio Severo, è dallo stesso ricostruita con il nome di Augusta Antonina, in onore di suo figlio, noto come Caracalla a detta di alcuni per il suo gusto di vestirsi da Gallo. Nel 324 accoglie Licino, che contendeva a Costantino il governo dell’impero. Sconfitto l’avversario, nel 330 la città, dotata di splendida posizione, ottime fortificazioni e nessun’altra gloria oltre ad un prestigioso ippodromo, diviene Nova Roma, la capitale imperiale in cui Costantino il Grande trasferisce il governo dell’oikoumene, che diventa capitale dell’impero cristiano. Chiamata poi Costantinopoli, la città accentra le attività commerciali e culturali del mediterraneo orientale, eredita le scuole filosofiche di Atene, la scuola giuridica di Beirut, le biblioteche di Alessandria.
La Turchia quale punto prospettico dell’Europa, dimostra, oltre l’osmosi tra Asia ed Europa, che l’Occidente sorse ad Oriente. Infatti, è qui che l’imperatore cristiano perde l’attribuzione divina dei suoi predecessori romani e per cosiderarsi quale specchio terrestre del divino, unico responsabile dell’ordine mondiale, pontifex maximus. Così come esiste un unico Dio e una sola legge divina, in terra esiste un solo governatore supremo, vicario di Dio, a cui deve obbedienza l’intero genere umano. Il primo grande rito officiato da un clero cristiano è il funerale di Costantino del 337, peraltro convertitosi in punto di morte per suggerimento del consigliere ariano Eusebio di Nicomedia, seguendo le usanze di un periodo nel quale una confessione ortodossa e univoca non era ancora stata istituita. Le monete commemorative lo rappresentano mentre, come Elia, ascende al cielo su un cocchio in fiamme.
A Roma, nello stesso periodo, papa Silvestro nel Liber pontificalis istituisce e denomina quale giorno di festa la domenica, anche per distinguersi dalle componenti giudaizzanti che, come gli Ebioniti, ancora celebravano il sabato; gli è inoltre attribuito un documento chiamato Constitutum Constantini, in realtà elaborato intorno al 753, che stabilisce la pretesa superiorità, religiosa e civile, della Chiesa romana. Secondo la leggenda, S. Pietro in Montorio, la prima cattedrale di Roma, viene fondata da Costantino sul luogo in cui l’apostolo fu martire; il vescovo di Roma è il successore di Pietro, traslando il ruolo romano di pontifex nella trasmissione del messaggio cristiano, e condivide con quello che ad Oriente verrà chiamato come basileus l’universalismo, nonché le scarpe rosse. I due mondi procedono per rotte che li portano a allontanarsi progressivamente, pur mantenendo sempre il senso della loro parentela.
L’ultimo imperatore a dominare su Oriente e Occidente, prima della loro definitiva delimitazione, fu Teodosio. Il porto che prende da lui il nome fece la grandezza della città nel IV sec. e rimase attivo fino all’alto medioevo, ed è stato ritrovato durante i lavori del Marmaray Express, il tunnel sottomarino più profondo del mondo, che con i suoi 1.378 km ha unito definitivamente Europa e Asia. La scoperta è avvenuta nel 2010 a Yenikapi, scelto paradossalmente per la sua lontananza dall’area archeologica, nel punto dove le acque del Bosforo sono più dense e salate e scorrono in tutte le direzioni, e dove ci sarebbe dovuto essere il punto di scambio tra tunnel ferroviario e metropolitana. A 17 metri sottoterra sono venuti alla luce manufatti di ogni tipo e un cimitero di navi con i resti ben conservati di 34 imbarcazioni, tra le quali khan di sei metri e galere di trenta, e quattro navi da guerra bizantine. Successivamente, è stata trovata anche una nave da carico di circa 5 metri, la più grande mai scoperta e l’unico esempio in cui anfore sono ancora intatte, con ceste cariche di semi, olive e noccioli di ciliegie. Inoltre, sono stati rinvenuti tre scheletri risalenti tra i 6.500 e 8.000 anni fa e un cimitero neolitico con urne e doni funerari, che retrodata la storia della città di 5.000 anni.
I musulmani non sono mai stati estranei all’Occidente. L’Islam nasce dal dialogo tra ebrei della diaspora, cristiani eretici e tribù del deserto, travolti dalle guerre tra persiani e bizantini, che negli anni dal 611 al 626 hanno la loro fase più drammatica, commemorata anche sul Corano ne I Romani (Corano XXX:1-6) che ricorda la sconfitta subita dall’Impero d’Oriente annunciandone però l’imminente riscossa «con cui si rallegreranno i credenti», attribuendo la loro vittoria a Dio. L’impero romano e cristiano rappresenta una «promessa di Dio che non manca alle sue promesse, benché la maggior parte degli uomini non lo sappia», ed è visto come preludere all’Islam. Mentre Eraclio organizza la riscossa e porta l’impero alla rinascita, imponendo definitivamente la radice greca, a partire dal 622 per opera di Maometto si afferma una nuova religione, la cui originale sintesi non esclude vincoli con gli altri monoteismi.
In seguito, l’arte che si sviluppa presso gli Omayyadi, la cui capitale è Damasco, risulta prosecuzione di quella ellenistico-romana, rafforzata dall’influsso bizantino; con il trionfo degli Abbassidi e il trasferimento della capitale a Bagdad, l’arte islamica guarda verso la Persia e l’India. Il califfo abbasside al-Ma’mun, appassionato di cultura greca, inviava i dotti a fare incetta di libri a Bisanzio. Da parte bizantina Leone il matematico, pur se apprezzato a Baghdad, respinge le offerte di insegnare nella capitale musulmana. L’imperatore Teofilo, affascinato dalla cultura araba, ricostruisce parte del suo palazzo secondo i disegni riportati da Bagdad dall’ambasciatore Giovanni il Grammatico, futuro patriarca. Dottori bizantini studiano la medicina araba, il filosofo Psello insegna a Costantinopoli a discepoli arabi, persiani, etiopi, e anche un nativo di Babilonia.
Gli arabi tentano l’assedio a Costantinopoli nel 669 con Yazid, figlio del califfo Mu’awaiya, e altri attacchi si susseguono tra 674 e 678, scuotendo l’egemonia bizantina sul mare, respinti da Eraclio anche attraverso massicci trasferimenti di popolazioni. Soldati slavi sono trasferiti in Bitinia, mentre i primi Turchi si stanziano nella regione di Sinope, sul Mar Nero. La Cappadocia diventa guerra di confine travolta da guerre e saccheggi, la popolazione è deportata come schiava. Nel 715 Maslama, fratello del califfo Sulayaman, tenta l’assedio a Costantinopoli, gli attacchi si susseguono fino al 718. Le continue lotte portano Leone III Isaurico a normalizzare le sue relazioni con gli arabi, tentando inoltre di convertire al cristianesimo gli ebrei, e l’imperatore, proclandosi «gran sacerdote», emana nel 726 un editto per la loro distruzione delle immagini, la cui venerazione è reputata da ambedue le religioni come una forma di idolatria. L’iconoclastia è però destinata a rientrare e l’ardito progetto di conversione non si compie; nel frattempo, se si interrompono gli attacchi alla città, l’Islam prosegue la sua avanzata, conquistando territori e popoli fino a ridurre a Bisanzio ad una zattera in mare musulmano.
Originari della steppa, i nomadi Turchi appaiono in Asia centrale dalle montagne dell’Altai e nel bacino meridionale del fiume Syr-Dar’ja. Sono organizzati in tribù militari con forti leadership che si muovono verso oriente, entrando in conflitto con l’Impero Cinese e quello Turco-Mongolo, e verso occidente, sviluppano un contatto con le popolazioni dell’India e della Persia. Dal VII sec. il sorgere dell’Islam e l’indebolimento della Persia aprono la via dell’ovest alle tribù turche che si mettono al servizio degli arabi contro Bisanzio, convertendosi all’Islam sunnita e costituendo tra il X e XI sec. stati autonomi in Turkestan, Egitto e Siria.
Per combattività e capacità organizzative si distinguono i Turchi Oghuzi, cui appartengono i Selgiuchidi che nella metà del XI sec. occupano il centro del califfato arabo abbasside, costruendo un impero a spese dei Buwàihidi e dei Ghaznèvidi, mentre Tughril Beg riceve il titolo di sultano e «re d’Oriente e d’Occidente». La prima moschea di Costantinopoli viene costruita nel sec. X. Dalla seconda metà del sec. XI, i Selgiuchidi contendono ai Bizantini il controllo della regione e, abbattendo le ultime vestigia dei califfati, conquistano Persia, Siria, Palestina e Iraq, Anatolia, Bitina e Isauria. Attraverso l’Armenia penetrano a Bisanzio, ma l’arrivo dei Crociati li isola dalla Siria e li respinge in Anatolia centrale, dove su sedentarizzano, islamizzando solo in parte l’altopiano e dando vita al nucleo intorno al quale nasce nel XII sec. il sultanato di Rûm, con capitale Konya. I Crociati, istaurando nel 1204 l’impero latino d’Oriente indeboliscono anche il potere di Bisanzio, che comincia lentamente a cadere. Verrà conquistata nel 1453 dal turco Maometto II della dinastia di Osman, adempiendo ad un hadit attribuito allo stesso profeta Maometto. Eppure, la Roma d’Oriente non è mai del tutto caduta.
Apre il paese all’Occidente e alla modernità Mustafa Kemal, detto Atatürk, letteralmente «turco come gli antenati», tradotto perlopiù come «padre dei Turchi», già generale dell’esercito ottomano e aderente ai Giovani Turchi, gruppo rivoluzionario nazionalista e nucleo della repubblica a venire. Respinge nel 1920 le condizioni del Trattato di Sevres, che smembravano ulteriormente l’ex Impero Ottomano già sconfitto alla Grande Guerra; al termine dei conflitti con la Grecia il trattato di Losanna del 1923 stabilisce i nuovi confini territoriali, mentre i Giovani Turchi iniziano a partecipare al gioco internazionale avviato già allora dalla Russia in Afghanistan. Nel 1924 la capitale è posta da Istanbul, che fino ad allora aveva conservato il nome di Costantinopoli, ad Ankara.
Il paese cura alternativamente buoni rapporti con Russia (Stalin) e Germania (Hitler), e infine la Repubblica Turca realizza nel 1939 il patto di mutua assistenza con Francia e Gran Bretagna, astenendosi prudentemente dal partecipare al secondo conflitto mondiale. Internamente, la pur lenta e recente industrializzazione della borghesia turca provoca l’inurbamento di contadini turchi musulmani di provenienza anatolica, incrementando il sentimento nazionalista e soppiantano definitivamente i precedenti gruppi dirigenti di estrazione cristiana ortodossa, quali Armeni, Serbi e Greci.
Un paese dallo spiccato cosmopolitismo inizia ad etnicizzare la propria identità e a proletarizzare la propria società. Durante la guerra fredda, il paese viene ad allinearsi all’Occidente con il piano Marshall del 1947, ed entra nella NATO nel 1952. In questo periodo, l’unico partner del paese nel Medio Oriente è l’altrettanto isolato Israele, anche per l’ospitalità fornita a suo tempo dal paese agli Ebrei cacciati dalla Spagna e dagli altri paesi cristiani, mentre con i paesi arabi ex sudditi dell’impero si mantiene reciproco distacco.
Ed è proprio con nel profilarsi della Turchia moderna intervengono i problemi di integrazioni che si trascinano fino ad oggi. Gli Armeni, dalla spiccata cultura, ben inseriti già dall’epoca bizantina a livello sociale ed economico, vengono sterminati in numero di un milione e mezzo tra il 1915 e il 1923, ufficialmente combattuti dai Giovani Turchi perché sostenitori della Russia zarista durante gli ultimi anni dell’impero. La questione curda, che soltanto nelle guerre civili dal 1984 al 1999 ha mietuto 37.000 vittime, torna d’attualità con il conflitto siriano, sopratutto nella zona di Kobane, per l’ostilità che la Turchia esprime verso il costituirsi di uno stato Curdo in Siria, nei confronti del cui costituirsi le pressioni di Stati quali quelli annglosassoni non sono certamente dettate dal buon cuore.
Cipro ha da sempre enorme importanza strategica, testimoniato anche dalla dominazione veneziana (1479-1571). Il nord è riconosciuto soltanto dalla Turchia, che nel 1974 dopo un colpo di Stato dei militari greci l’ha occupata in un quadro di legalità; il sud è membro dell’UE ma non è ancora riconosciuta dal governo di Ankara, che mantiene il contenzionso con la Grecia. Tuttavia, nell’isola le due parti, dopo l’elezione del progressista turco-cipriota Mustafa Akıncı, sembrano particolarmente pronte ad un riconoscimento reciproco: un po’ di amore non manca mai nell’isola che diede i natali a Venere. Ma se un po’ di amore non manca mai nell’isola che diede i natali a Venere, il suo lungo cammino conosce anche tormenti.
4. Mele della Cappadocia
Sono al centro della Cappadocia. Spingo una bicicletta. In montagne che sono grotte, case, chiese e città, a lungo rimasero a vivere secondo la regola di san Paolo. Qui, Basilio e Gregorio di Nissa (Nevşehir) diffusero in forme elleniste il primo cristianesimo, e quindi l’insegnamento di Nestorio si confuse con l’Islam primitivo. Io, invece, mi sono perso. Mi trovo di fronte un albero di mele, mi ricordo di non aver pranzato, ne mangio parecchie. Ammiro queste caratteristiche formazioni geologiche, che colgo essere oblunghe come peni e cave come vagine.
Al villaggio di Göreme, che vuol dire posto nascosto, nel Museo all’Aria Aperta, vicino ad altre decine di chiese, c’è la Chiesa della Mela (Elmali Kilise). Ha una cupola sorretta da quattro colonne, e tre absidi, una maggiore e due minori. Gli affreschi risalgono al periodo iconoclastico. In una delle volte, una figura alata, credo l’arcangelo Gabriele, tiene in mano una mela: offre lui il frutto proibito. Vale a dire, la venuta del Cristo ha rimesso il peccato di Adamo, il mondo è compiuto. Secondo alcuni, la mela simboleggia il mondo, indicando così il suo destino di trasmutazione.
Ecco fatto, sembrava tanto difficile. Ma se ne sentono tante. In tema di remissioni, secondo alcuni, la conquista musulmana di Costantinopoli avrebbe ricomposto addirittura il peccato di Sion, il tanto discusso deicidio. Per altri, il ritorno degli Ebrei in Terrasanta preparerebbe, ne fossero interessati o meno, la Parusia, la Seconda venuta di Cristo. Nel deserto della Siria c’è chi prega perché Lucifero faccia la pace con un certo Signore: del resto, un tempo erano amici, e ambedue si divertono perlopiù ad accanirsi contro l’uomo, e certamente non è che questi non lo meriti.
Secondo me, che ho pure bucato e spingo la bici da solo sotto al sole, nessuno si è mai accorto di niente, e tanto tempo è passato invano ad aspettare qualcosa o qualcuno. Quello che chiamiamo uomo è ancora da fare. La strada è tutta in salita. Ogni lotta e ogni pace sono sempre da compiere, la libertà è tutta da raggiungere. Costantemente si alternano crescita e decadimento, inesorabile la storia procede per distruzioni successive. Dissoluzione: ecco dove siamo. Tra le pietre che restano, trame nascoste si rivelano a chi sa leggere e raccontare. E io arriverò al paese prima di sera.
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Fotografia: Claudio Comandini, “Quanto resta del Millennio”- Istanbul, agosto 2002.