Le guerre di Marcantonio Colonna e lo Statuto di Frascati del 1515

società
storia
Roma
Tuscolo
Frascati
Ignazio da Loyola
Famiglia Colonna
Claudio Comandini
di

Claudio Comandini

Data di Pubblicazione

15 dicembre 2015

Profilo di un condottiero del Rinascimento. Dalla Disfida di Barletta al Sacco di Roma, passando per Pisa, Bologna, Genova, Modena, Ravenna, Verona, Milano e altre battaglie. Lo Statuto del Castello di Frascati e la giurisprudenza dell’epoca. Morte di Marcantonio e permanenza di Lucrezia. Note su Sacco di Roma e Miracolo di Capocroce del 1527, Concistoro del 1538 e Frascati quale Civitas. Cinquecento anni dopo.

1. Il castello e il condottiero

«Gli uomini passano, come le frecce in rotta verso un bersaglio, che può essere colpito con maggiore o minore precisione. A volte, lasciano delle cose, le quali possono augurarsi di restare. Io lascio uno Statuto, che regola le libertà di un Castello che s’eleva nella bella terra dei miei avi. Io amo questi posti, non posso negarlo; so però anche che, se fossi sempre stato qui, se non mi fossi impegnato nelle battaglie di questo mondo travagliato e non ne avessi conosciuto vicende e figure, se non avessi visto tutto questo da altri siti, non avrei potuto concepire questa piccola opera di pace, della quale uomini presenti e posteri potranno trarne vantaggio e portarne grata memoria.»

Così più o meno poteva considerare, cinquecento anni fa, Marcantonio I Colonna, ultimo signore feudale di Frascati, alla quale è attribuita una costituzione statuaria di spiccata liberalità comunale. Lo stesso personaggio, che avrà in feudo Frascati dal 1511 al 1521 e risiedendoci non molto tempo per via dei suoi impegni su numerosi fronti. Gli eventi sono quindi più complessi di quanto un’interpretazione letteraria possa supporre: non per questo, sono meno avvincenti.

Il Castrum Frascata, la cui prima testimonianza scritta risale all’847 durante il pontificato di Leone IV, e che dopo la distruzione di Tusculum del 1191 è assegnato al Feudo Laterano, trova una prima definizione urbanistica con Pio II Piccolomini attorno al 1460, che ne edifica mura e Rocca (ora Palazzo Vescovile); nello stesso periodo, è data responsabilità della sede vescovile suburbicaria di Labico Quintanense, sede mobile che ha ereditato le competenze di quella tuscolana, al cardinal Bessarione, esule bizantino e monaco basiliano, che diventa inoltre il primo abate a ricevere come commendatario la vicina Abbazia Greca di Grottaferrata, fondata nel 1004 dal basiliano San Nilo. Successivamente, il borgo di Frascati trova risistemazione per opera di papa Giulio II della Rovere, dal 1503 impegnato nella conquista di ampie porzioni della penisola in modo da stabilire in maniera definitiva il dominio temporale della Chiesa.

Il pontefice guerriero e mecenate ha molti castelli, e fornisce di fortificazioni tanto Frascati, quanto l’Abbazia di Grottaferrata, dove è stato a sua volta abate commendatario. Giulio II nel 7 gennaio 1509 nomina vicario del feudo frascatense il nipote Nicola Franciotti Della Rovere, che due anni dopo verrà spostato a Gallese nella Tuscia: nel frattempo, gli è ordinato di trattare i frascatani «non come vassalli ma quali amici e fratelli». Questo aiuta a comprendere che i diversi possedimenti nei quali era divisa la Campagna Romana esprimevano il potere delle famiglie aristocratiche dell’Urbe, spesso tra loro in conflitto: i colli che circondano la città non sono quindi da questa separati e ne rappresentano piuttosto una sua proiezione.

Marcantonio Colonna, che ha già meritato la propria fama in numerose battaglie, tra le quali quella di Bologna, particolarmente decisiva per le strategie papali, dal 4 gennaio 1508 diventa sposo di Lucrezia Franciotti (secondo alcuni Gara) Della Rovere per l’intento di Giulio II di pacificare le rissose fazioni romane, ottenendo dal papa l’onorifico titolo di «fratrem nostrum»; la sposa riceve in dote 1.000 ducati e una catena d’oro. Al matrimonio di Marcantonio e Lucrezia, che si svolge presso Palazzo SS. Apostoli a Roma, sono presenti i personaggi più importanti dell’Urbe; l’ambasciatore francese e quello spagnolo accompagnano il procedere della sposa, vestita con abiti di raso e broccato; sono recitate due commedie ed Evangelista Maddaleni de’ Capodiferro, massimo cantore di Giulio II, legge un epitalamio di sua composizione alla presenza dei cardinali Giovanni Colonna e Galeotto Della Rovere.

Nel 21 agosto 1511 Marcantonio viene investito del feudo di Frascati come saldo per stipendi arretrati (nominati da Paolo III Farnese in Arch. Seg. Cat, Rec. Cat. 1770, f. 41); fatto di non poco conto, la consorte Lucrezia vi esercita pari diritti. Marcantonio, nato probabilmente nel 1478, è figlio di Pietro Antonio principe di Salerno (secondo alcuni di Giovanni), morto al servizio del re di Spagna Ferdinando II d’Aragona nella guerra di Toscana, ha come titoli quello di marchese di Cotrone e Nicastro e duca di Zagarolo, e appartiene ad un’eminente famiglia filoimperiale che domina su ampie porzioni del territorio laziale e del meridione.

Per comprendere meglio vicende e figure occorre fare qualche passo indietro. La stirpe dei Colonna, in qualità di discendenti dei Conti di Tuscolo, si sente erede autentica della gloria di Roma; loro esponente illustre è il pontefice Martino V, che nel 1420 riporta la sede papale da Avignone nell’Urbe; loro capostipite è Pietro “della Colonna”, figlio di Gregorio III di Tuscolo, fratello del discusso pontefice tuscolano Benedetto IX, discendente di Alberico, Marozia e Teofilatto, e pertanto ricongiunto attraverso intricate legittimazione dinastiche alla gens Anicia e a quella Julia, e di lì tanto a Ulisse quanto ad Enea.

Nel 1502 dodici Colonna, reputati «iniquitatis fili», vengono scomunicati e defraudati da papa Alessandro VI Borgia, che in quel periodo risiede proprio nel Castello di Frascati, dov’è anche sua figlia Lucrezia. La carriera di Marcantonio può essere osservata proprio a partire da quell’anno, nel quale lo troviamo con gli Spagnoli agli ordini di Consalvo di Cordova Viceré di Napoli, insieme ai congiunti Fabrizio, Pompeo e Prospero; con quest’ultimo, suo zio, nomina i tredici cavalieri italiani impegnati contro i tredici cavalieri francesi nella celebre disfida di Barletta, e partecipa alle battaglie di Ruvo e Cerignola. Nel 1503 entra al servizio del gonfaloniere fiorentino Piero Soderini, che tiene la repubblica fino al ritorno al governo dei Medici.

Il generale Marcantonio Colonna è abile e accorto, sa erigere fortificazioni e scavare fossati, maneggia con perizia armi antiche e nuove, ed è circondato da fama di uomo valoroso e cortese. Con i Fiorentini è impegnato dal 1505 al 1509 nelle battaglie contro Pisa, e il suo credito è tale che, quando Giulio II chiede di poterne ottenere i servizi, i fiorentini affidano le trattative ad un certo Niccolò Machiavelli. L’impresa più celebre che Marcantonio compie con l’esercito papale e alla guida delle truppe fiorentine è quella che lo vede impegnato a Bologna tra 1506 e 1507; nelle confuse circostanze che accompagnano cacciata dei Bentivoglio e loro fuga a Milano e la piena definizione del potere di Roma sulla città, il Colonna era stato, a detta di un pontefice ruvidamente alieno da favoritismi, l’unico, tra gli armati mantovani, ferraresi, perugini e napoletani, che si fosse distinto.

Con l’esercito pontificio tenta nel 1510 di strappare Genova ai Francesi di Luigi XII d’Orleans, ma deve limitarsi a mantenere un presidio a Rapallo, per prima tentare di occupare Portofino e poi ritirarsi via mare a Civitavecchia in modo da evitare di passare in territori ormai ostili. Successivamente, conquista prima Sassuolo e Rubiera, poi Modena e Mirandola: nella prima città rimane, dotato di un consistente esercito, a governo dopo l’assedio, in modo da garantirne l’incolumità; la seconda gli si consegna per scampare ai saccheggi promessi dallo stesso pontefice, e accorda il perdono a Francesca Pico contessa di Mirandola che non si era voluta arrendere.

Nel 1511 Marcantonio tenta di recuperare Bologna, ribellatasi alla Chiesa, dalla restaurazione dei Bentivoglio, ma la sua azione di guasto nel territorio si scontra con le reazioni popolari, che lo scacciano dalla città; al contempo mal sopporta gli ordini del duca di Termini. Nel 1512 combatte, con l’esercito papale e gli Spagnoli, contro i Francesi guidati da Gastone de Foix, nell’assedio di Ravenna, durante il quale soccorre con generosità la popolazione stremata. Nella battaglia muore il de Foix, nipote di Luigi XII e governatore di Milano; la Francia vince ma la Chiesa mantiene numerose città romagnole, escluse Imola e Forlì.

Mentre una ridistribuzione complessiva dei domini sembra illusoriamente preludere ad una pace tra Roma e Francia, si apre il Concilio Lateranense V, a cui partecipano, oltre ai vescovi italiani, esponenti politici e religiosi di Spagna, Inghilterra e Ungheria, nonché i patriarchi di Alessandria e Antiochia. Se il combattivo pontefice difende le proprie ragioni, il monaco agostiniano Egidio da Viterbo apre i lavori denunciando i mali della Chiesa, e del resto ha già avuto modo di affermare: «Non sono gli uomini a dover cambiare la religione, ma è la religione a dover cambiare gli uomini.»

Marcantonio è presente a queste discussioni e, sempre nel 1512, con i congiunti Pompeo e Fabrizio, ospita coraggiosamente presso il castello di Marino il duca di Ferrara Alfonso D’Este, abbandonato dai suoi alleati francesi, in modo da proteggerlo dall’intento del papa di trattenerlo come ostaggio per estorcergli in maniera definitiva le città emiliane, di cui peraltro molte, tra cui la stessa Modena, gli appartengono sotto la sovranità imperiale. La circostanza guasta i rapporti con Giulio II, che comunque lo invia con cento militi a tentare proprio la conquista di Ferrara, impresa praticamente sabotata dall’interno da Francesco Maria Della Rovere duca di Urbino, congiunto del papa a sua volta.

Come avvisa anche Franca Petrucci (Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 27, 1982), in questo momento inizia a profilarsi un avvicinamento ai Veneziani del Colonna, in cerca di un miglioramento della propria posizione e sempre più insoddisfatto nei confronti della condotta pontificia. Nel 1513, dopo la morte di Giulio II, viene eletto Leone X de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, che lo invia a Parma e Piacenza a combattere contro i Francesi che hanno ripreso le città. Nel 1515, mentre il pontefice incontra a Bologna il nuovo re di Francia Francesco I di Valois per discuterne l’investitura imperiale, Marcantonio tiene con il consenso pontificio e per conto dell’imperatore tedesco Massimiliano I la fortezza di Verona, compiendo riuscite spedizioni anche a Lodi, Legnano e Vicenza.

Nel 1516 Francesi e Veneziani prendono Verona; il condottiero, che ha ricevuto alla spalla una ferita da schioppo ed era da tempo consapevole della precarietà della difesa, rifiuta di presenziare alla consegna della città. Riceve comunque le lodi di Massimiliano I, che lo porta con sé a Costanza, Innsbruck e poi ad Anversa, dove resta fino al 1517. Inizia però ad essere osteggiato dal papa insieme a tutti i Colonna, che prendono le parti del duca di Urbino nella guerra che gli muove il nuovo pontefice per conquistare i territori del ducato e nominare quale loro nuovo reggente suo nipote Luciano de’ Medici. E nel frattempo, tra una battaglia e l’altra, Marcantonio nel 1514 redige lo Statuto del Castello di Nemi; l’anno successivo, sempre con l’assistenza del notaio Bernardino Joannes Bellis de Paganellis de Idro, promulga Statuti et Capituli del Castello di Frascati.

2. Statuto e Capitoli

In una cassaforte degli archivi comunali di Frascati è tuttora contenuto questo prezioso documento in una copia unica, sopravvissuta alla dilapidazione dell’archivio stesso e alle distruzioni belliche. Redatta in volgare con compiuta calligrafia disposta su doppia colonna su 47 fogli di cm 20 per 25, la copia risale al periodo tra fine cinquecento e inizio seicento, quando le disposizioni trovano riforma per mano di papa Clemente VIII Aldobrandini.

La dottrina esposta, che consta di centotredici capitoli, è quella tipica degli ordinamenti comunali, aliena da accentramenti sul signore feudale, ancora riscontrabili nell’ordinamento di Fermentino voluto da Camillo Colonna nel 1506. Uno studio filologico di Annibale Ilari (Frascati tra Medioevo e Rinascimento. Con gli Statuti esemplati nel 1515 e altri documenti, 1965) evidenzia però che lo Statuto non sarebbe propriamente opera né del Colonna né della sua epoca, ma dipende da una preesistente organizzazione comunitaria; l’ipotesi è suffragata dai riferimenti contenuti nella lettera di Giulio II ai «Dilecti filius universitario hominem castri nostri Frascati» del 7 gennaio 1509.

Rileva lo storico Domenico Seghetti (Memorie storiche di Tuscolo antico e nuovo, 1891) che, per quanto spirito liberale e rispetto verso cose e proprietà sono più avanzate rispetto alle disposizioni feudali coeve, nello statuto frascatense è assente la sistematica giuridica dell’epoca. Infatti, se il codice ha un estensore e viene adottato con il consenso dell’intera popolazione, norme e disposizioni sembrano essere il frutto di una stratificazione avvenuta nel tempo, compilate sulla base di capitoli già in vigore nello stesso comune e di ordinamenti consimili da tempo emanati in altre località.

Le origini effettive dello Statuto dovrebbero così risalire alla metà del XIII sec., oppure, a causa del ritardo tipico dei piccoli centri, tra XIII e XIV. Similmente a compilazioni antiche quali quelle di Verona, Trento, Nizza, Torino, Como, Vercelli, Moncalieri e Osimo, e diversamente da quelle di Vicenza, Viterbo e Bologna, è disordinato e disomogeneo: non è diviso in libri, i capitoli non sono collegati reciprocamente, le norme non hanno raccolta sistematica e quelle distinte ordinano diversamente la stessa materia. La discontinuità di struttura riflette in una visione complessiva le molteplici necessità della vita comune; ad essere oggetto dell’azione amministrativa sono i bisogni degli uomini nella loro dimensione storica. Anche per l’attribuzione di questo Statuto il condottiero Marcantonio risulta pienamente ascrivibile alla figura di homo faber rinascimentale che introduce ai tempi a venire, laddove è in grado di mediare in modo dinamico tra il proprio ruolo eroico e di potere e le esigenze mercantili dei ceti che abitano concretamente le nuove città.

Così esordisce lo Statuto: «A laude et gloria dell’onnipotente Dio, et della beata sua madre Vergine Maria et de tutti li Santi, et ad honore, pacifico stato et somma felicitate dell’illustrissimo signor nostro il signor Marcantonio Colonna insieme con la sua illustrissima et dignissima consorte Lucrezia Rovere de Colonna et sua famiglia et di tutta l’illustrissima casa Colonna, et a somma pace et quiete del popol suo del castello di Frascati et sua communitade, della diocesi de Tuscolano et suo distretto nel romano Latio, et di tutti gl’huomini et persone habitanti in esso». Il prologo dello Statuto di Nemi è simile, ma per l’«illustrissimo signor nostro» vi sono presenti le qualifiche «capitaneo de arme, strenuo milite», che invece qui mancano, indicando cambiamenti in divenire.

In quest’epoca in cui tutto si trasforma, una visione teocratica sfuma nella codificazione del governo degli ordini secolari, e questi assumono il senso eminentemente cristiano di fornire attenzioni alla natura umana e alle sue peculiarità. Tra sacralità e laicità si stabilisce così reciproca integrazione; l’idolatria del potere sembra ancora lontana. Come segnala Annibale Ilari, il concetto sacrale e quello democratico trovano mediazioni nelle lodi dirette alle «persone abitanti», non più meri subordinati e ormai quasi sul punto di assurgere al rango di cittadini, laddove si auspica che «dirittamente con giustizia ci possino vivere et habitare, godere, et conversare in tutte le loro faccende per infinita secula secoluroum. Amen.»

Il vassallaggio comporta condizioni ottimali, comprendendo «100 salme di legna, da consegnare a M. A. Colonna nella vigilia di Natale; tre giornate di opera, piccoli censi su terre e fabbricati di corte». Le libertà di cui godono gli abitanti del luogo appaiono esemplari, e così è stabilito: «Che tutti gli homini et donne del detto Castello, possano entrare e uscire, a, sua beneplacito, con robe et senza, e, andare dove gli piace»; la norma riguarda quelli «che sono al presente quanto quelli da venire» (Capitulo I). Le condizioni sono ottimali e favorevoli, esenti da ogni tipo di limitazioni o polemiche per banchi, bancarelle e mercatini: «Che ciascuno sia libero, a, vendere le cose dove gli piace» (C. XXII); oltre a riguare il commercio, le garanzie riguardano anche le disposizioni patrimoniali: «Di quelli che morono, et non fanno testamento» (C. XXXI), nonché le disposizioni giuridiche esercitate nei confronti degli stessi criminali: «Che per qualunque maleficio no’ si possa togliere letto ai malfattore» (C. LII).

Occorre considerare che il primo Ospedale dei Poveri di Frascati, realizzato per opera dei Sodali del Santissimo Gonfalone del Tuscolo laddove oggi c’è il moderno edificio delle Scuole medie statali, fu realizzato nel 1518, in un’area esterna alle mura che già nel secolo precedente rappresentava, insieme a quella della Rocca, uno dei due centri del borgo. E al riguardo, le questioni sanitarie trovano ampio spazio nello Statuto, dove sono poste attenzioni particolari ai fattori igienici, sia pubblici, con «Della liberazione delle acque» (C. VIIII), sia privati, con «Che li macellari debbino dire la verità» (C. XVII). C’è poi un cenno ad una sistematica giuridica in uso dove si indica «Come s’hanno da punire li malefici della quali non se fa menzione nelli statuti» (C. LXXXIII) e dove si fa riferimento ad un «modo solito» (C. X-XI) e ad una «Consuetudine dello stesso Castello» (C. XIII).

Importanti capitoli riguardano quanto possiamo già chiamare questione femminile. Laddove nella società del tempo questa corrisponde ad un accresciuta importanza delle donne di origine signorile, nel testo dello Statuto essa sembra discendere da preoccupazioni religiose. Infatti, da «Di quelli che bestemmiano Dio et la Madre» (C. LVIIII), per i quali è prevista addirittura la prigione, si passa a «Di quelli che sforzassero donne» (C. LXIII), per cui l’imputato resta indefinitamente a disposizione della corte. Sono previste sanzioni pecuniarie di diversi soldi per stupro e violenze, e anche per il contravvenire ai doveri coniugali e parentali: gli argomenti relativi a «De adulterio et sfondamento fatte a donne vergini» (C. LXVIII) e «Di quelli che battono le donne» (C. LXIX) si accompagnano alla prescrizione «Che nessuno tenga amica, che là moglie» (C. LXXVI), e a quella «Che le dote delle donne siano franche» (C. LI).

Tutte le questioni di ordine pubblico sono contemplate, e questo può aiutare a gettare uno sguardo su usi e costumi. Le norme riguardando tanto «Di quelli che dànno pugni, o buffettate» (C. LXXI), quanto «Qualcuno dicesse ingiuria ad altri con animo turbato» (C. LXXIIII). È contemplata anche la casistica di quanto secoli dopo verrà detto “bullismo” prevedendo norme nei casi in cui «Qualunque ragazzo offendesse un’altro del detto Castello» (C. LXXIII): tra ragazzi della stessa età non è prevista pena alcuna anche laddove avvenga «effusione di sangue», ma le sanzioni intercorrono nel caso in cui uno dei due sia di «maggiore etade». Il gioco deve essere regolamentato anche se tutti lo praticano: «Di quelli che giuocano a dadi» (C. LXXXVII), e le armi non possono circolare o essere brandite come se niente fosse pure se sono diffuse, come esemplano «Di quelli che portano armi, et senza licentia» (C. LXXXVI) e «Di quelli che arrancano l’arme» (C. LX).

Ieri più di oggi, l’economia della località era legata alla produzione vinicola e all’agricoltura. Occorrono così strumenti capaci di agire qualora «Qualcuno tagliasse vigna d’altri, ovvero snervassi arbori, ovvero tagliasse arbori, o grano, o, bestia vendesse» (C. LXXVIII), e norme in grado di tutelare i prodotti locali e quindi permettere «Che lo vino de forestieri si venda a stima delle soprassanti» (C. LXXXXVI), e anche di esprimere rispetto per la dignità del lavoro: «Quanto debbano avere li massari per le loro giornate, et de che sono franchi» (C. CXIII).

Sono contemplati casi particolari, quali quelli «Se il bove impetuosamente con le corna facesse moto contra l’altro bove» (C. LXXX). «Di quelli che vogliono edificare case in Frascati» (C. III) sanziona con aperture ma senza clientele diritti e doveri per l’edilizia urbana, prevedendo forniture di «casalingo et legna» e versamenti di imposte di «denari quattro provisorum». Non mancano obblighi per i poteri istituzionali: «Che il sindaco debba giurare in pubblico quando sarà costituito nel offizio» (C. XIX), e anche la trasparenza sembrava allora un criterio essenziale: «Che siano dati libri de Statuti, in detto castello» (C. CXI). Lo Statuto non accenna a pene corporali, il vassallaggio è piuttosto leggero e ammonta a 100 salme di legna.

3. Passaggi e proprietà

Nel 1517 Marcantonio Colonna cambia campo e, mettendosi al soldo dei Francesi che aveva precedentemente combattuto, diventa generale per Francesco I, da cui è nominato cavaliere dell’Ordine di San Michele e ambasciatore presso Roma. Riceve una provvigione di 8.000 franchi, e come primo incarico si reca dal papa Leone X a chiedere la riscossione dei debiti che aveva con la Francia. Lo stesso anno, la fabbrica di San Pietro, inaugurata da Giulio II e finanziata attraverso la vendita delle indulgenze, è contestata dal monaco agostiniano tedesco Martin Lutero, che da Wittenberg inaugura la riforma protestante; condannato a Worms nel 1521, Lutero si rifugia presso il duca Federico di Sassonia: sotto l’idea che è la fede e non le opere a giustificare l’uomo dinanzi a Dio, inizia a disgregarsi l’unità religiosa d’Europa.

L’elezione quale imperatore designato è vinta da Carlo V d’Asburgo, erede delle corone di Germania e Spagna, grazie al sostegno finanziario dei Fugger nel 1519. Lo stesso anno, Marcantonio muove dai suoi castelli a Blois da Francesco I. Nel 1521 a Milano si interrompe il dominio francese e tornano gli Sforza sotto la protezione asburgica; durante i festeggiamenti Leone X, espostosi a troppi sbalzi di temperatura per salutare la folla raccolta in festa, muore di raffreddore. Mentre si decide la guerra sulla città, i fratelli siciliani Imperatore prospettano il passaggio alla Francia dell’isola, per la quale addirittura si propone un’investitura del condottiero tuscolano a re. Non se ne farà nulla.

Nel 1522, in qualità di soldato del re privo di titolo specifico, e in compagnia del duca di Urbino che da parte sua è un fuoriuscito, partecipa con il maresciallo di Francia visconte di Lautrech alle preparazione di un attacco a Parma, dove guida le truppe Veneziane in un inutile assedio. Poi, combatte sotto le mura di Milano: qui muore, non ancora cinquantenne, dopo aver percorso un mondo grande quanto le sue battaglie, pianto da amici e nemici, ormai neppure così facili da distinguere.

Infatti, per quanto Roma sia spesso spezzata tra le alleanze con la Francia e la fedeltà all’Impero, la presenza di un Colonna come avversario di Carlo V rappresenta comunque un caso piuttosto anomalo: e infatti, impegnato nella difesa di Milano, alla guida delle truppe dello Sforza e come comandante dell’esercito alleato di Germania, Spagna e Roma, troviamo proprio suo zio Prospero, con il quale aveva cominciato la carriera e che aveva fortemente disapprovato il suo passaggio alla Francia. Ed è lui a ordinare il colpo di colubrina (cannone a mano) con cui Marcantonio termina i suoi giorni; Francesco Guicciardini, che nella medesima circostanza era Commissario generale dell’esercito pontificio, ci informa che questo «capitano di grandissima espettazione», impegnato con il nobile milanese Camillo Trivulzio, altra figura complessa e affascinante, a cavalcare intorno alla trincea per ispezionare i ripari fatti dagli assediati, fu colpito dai «sassi di una casa battuta dall’artiglieria di dentro» (Storia d’Italia, 1561). Così il sole cala su Marcantonio.

L’anno successivo, muore anche Prospero; le salme di ambedue verranno traslate a Fondi. Tra i Colonna, rimane a dominare la scena Pompeo, ecclesiastico recalcitrante, fine estimatore del gentil sesso, uomo d’armi e di lettere. Fedelissimo dell’imperatore, entra in pieno conflitto con il successivo pontefice di casa Medici Clemente VII, a sua volta in rotta con Carlo V e inoltre ostile a un estendersi del dominio francese in Italia e a ogni ipotesi di unificazione. Il cortocircuito di poteri favorisce il Sacco di Roma del 1527, con cui i Lanzichenecchi imperiali, rimasti senza paga e senza guida, attraversano la penisola per poi arrivare a devastare l’Urbe.

Durante tutto il periodo del Sacco e fino al 1537, Lucrezia della Rovere vedova di Marcantonio, coadiuvata dal notarius Ippolito De Antiquis, rimane al governo di Frascati di cui è proprietaria a pieno diritto. Qui nel nel 1520 ha fatto erigere la chiesa di Santa Maria Maddalena, successivamente integrata nella Chiesa del Gesù. Inoltre, intrattiene pie corrispondenze con Antonio Lo Duca, cappellano a Roma presso la Confraternita dei Fornai di Santa Maria in Loreto, promotore dell’erezione di Santa Maria degli Angeli, e a Roma la nobildonna fa realizzare la cappella di Santa Maria Assunta a Santa Trinità dei Monti, nella quale viene sepolta nel 1552.

I Colonna mantengono predominio sul territorio della Campagna romana, e tuttavia la famiglia perde definitivamente il presidio di Frascati. Infatti, a causa di un accordo stipulato nel 1508 tra Prospero e Marcantonio, che privilegia esclusivamente la linea di discendenza maschile, l’eredità non può essere trasmessa a nessuna delle quattro figlie di Marcantonio e Lucrezia. Di queste, Beatrice e Porzia entrano alla corte del nuovo pontefice e “proprietario del paese” Paolo III Farnese, Olimpia si trasferisce in domini esterni allo Stato della Chiesa, Livia morirà in seguito di morte violenta per mano di suo genero, peraltro consanguineo. Tali vicende, il rifiuto nel 1534 di Paolo III di infeudare Frascati ad Ascanio, cugino di Marcantonio I, la Seconda Guerra del Sale del 1541 determinata dai balzelli richiesti dal papa già nel 1537 per finanziare una del tutto pretestuosa difesa dai Turchi, porta al tracollo dei Colonna.

Tale serie di eventi, che comprendono in un primo tempo il costante dominio di Lucrezia su Frascati e poi la netta discontinuità dell’assetto proprietario e del ruolo che la località assume, nonché l’enorme rilevanza degli eventi storici in corso, esigono di mantenere attenzioni a quanto accade a Frascati anche dopo la morte del grande condottiero.

La circostanza per cui Frascati sfugge alle devastazioni del Sacco del 1527 è popolarmente attribuita al Miracolo di Capocroce, dal nome di un’immagine mariana dal gusto bizantino, che come Imagine Nuova aveva già conosciuto diverse ubicazioni. Allora locata proprio al crocicchio tra via Tuscolana e via Gregoriana, presso un’edicola campestre, la tradizione popolare le attribuisce il merito di aver allontanato le orde pronunciando le parole «Indietro fanti, questa terra è mia». Tuttavia, documenti e contesto rendono del tutto plausibile che è per effetto delle alleanze con gli imperiali intrattenute da Pompeo Colonna che Frascati non rimane coinvolta nei saccheggi. Ad ogni modo, l’evento sembra dipendere da bieche trattative politiche, il suo verificarsi segna, in controtendenza con quanto accade nell’Urbe a circa due decine di chilometri più a valle, il momento in cui la cittadina viene “difesa” e il definirsi di una comunità territoriale e quindi la sua effettiva origine.

La guerra su Frascati conosce anche altri fronti. Infatti, in base ad una sentenza del 2 marzo 1537 hanno perso diritto sul castello anche i nobili francesi D’Estouteville, discendenti di un vescovo tuscolano che ha anche diversi eredi sul territorio e già ne era stato feudatario. E così, il motu proprio del 19 marzo stabilisce che Frascati e diverse pertinenze, che comprendono Il Fico, la Pedica, Squarciarelli e la via per Rocca Priora, passino a Pierluigi Farnese, figlio del nuovo pontefice, che aveva a sua volta partecipato al Sacco dalla parte dei Lanzichenecchi addirittura collocandone il quartier generale nel palazzo di famiglia. Esiste inoltre anche un contenzioso per cui, come ricorda mons. Leonello Razza (Tuscolo, marzo 1958), Marcantonio è accusato di aver requisito beni di terzi «nec aliquam compensationem dedit», posizionati proprio nella zona limitrofa all’edicola della Madonna di Capocroce, dei quali viene richiesta restituzione a Pier Luigi Farnese.

Da tale transazione Lucrezia Della Rovere ottiene proprietà nella Tuscia tra Tolfa Nova e Fabrica, dalla rendita decisamente minore (Romano Mergé, Frascati nella realtà documentata, 1988). Da parte sua il bellicoso e controverso Pierluigi, piuttosto di assumere in feudo Frascati ed entrare potenzialmente in conflitto con il ponderato genitore, ne è vicario piuttosto fugace e lascia in sospeso ogni contenzioso li riguardino per disfarsene già dall’11 aprile dello stesso 1537, donandolo alla Camera Apostolica in cambio della maremmana Castro, dove stabilisce un ducato indipendente ai confini dello Stato Pontificio. Nel 1545 Pierluigi abbandonerà anche Castro per assumere la guida del ducato di Parma e Piacenza, dove due anni dopo troverà la morte per una congiura di nobili.

Le novità introdotte in questo periodo nella configurazione politica e nell’organizzazione territoriale della Chiesa eserciteranno una lunga influenza. Infatti, è in corso il Concilio di Trento che rielabora dottrina e poteri della Chiesa, instituendo il tribunali dell’inquisizione antiereticali del Sant’Uffizio e promuovendo la Compagnia di Gesù di Sant’Ignazio da Loyola, ricevuto proprio presso Frascati da Paolo III. Il papa, poco prima della tregua di Nizza in cui tenta di mediare tra Carlo V e Francesco I che non vogliono sedere nemmeno nella stessa stanza, con il Concistoro del 2 gennaio 1538 eleva la località tuscolana da Castrum al rango di Civitas. Quindi, ne ridefinisce l’urbanistica permettendone nuovi sviluppi grazie all’opera di Antonio da Sangallo il Giovane, gli assegna quale stemma le chiavi papali, vi riconduce la sede vescovile suburbicaria di Labico Quintanense di cui era già stato assegnatario, fino ad allora locata presso S. Maria in Monasterio vicino S. Pietro in Vincoli, stabilisce continuità nominale con il passato attribuendole il nome di Tusculum restituita. Il pontefice si prende cura di Frascati fino al 1546, anno in cui termina la realizzazione della prima delle ville tuscolane, la Rufina, poi nota dopo altri ampliamenti come Villa Falconieri. Intanto, nell’Urbe ha già fatto risistemare la piazza del Campidoglio a Michelangelo, a cui viene affidata anche la fabbrica di San Pietro nonché la realizzazione di Santa Maria degli Angeli.

La storia procede anche nelle altre contrade europee, da cui Roma inizia ad essere sempre più lontana. Francesco I persevera nella sua spregiudicata politica antimperiale, che prima del Sacco di Roma ha contribuito alla Lega di Cognac con Roma, Milano, Genova e Firenze, mentre successivamente si allea con i Turchi e con i principi protestanti; pur latinizzando la cultura francese, deve rinunciare ai possedimenti italiani, e muore nel 1547. Carlo V è incoronato da Clemente VII quale imperatore a Bologna nel 1530, e lo stesso anno accorda libero culto ai luterani; dopo aver diviso i suoi immensi domini, abdicherà nel 1556, lasciando definitivamente tramontare il suo sogno di monarchia universale. La Germania resta separata in fedi e feudi diversi, l’egemonia spagnola si impone in Italia.

Nella giostra degli eventi, la geopolitica papale si configura definitivamente con Roma quale centro degli interessi, Bologna come sede diplomatica, Frascati per giardino. La località, che si fonda come comunità con il Miracolo di Capocroce del 1527 ed assume configurazione definitiva con il Concistoro del 1538, è comunque con lo Statuto del 1515, attribuito a Marcantonio, che entra in una modernità allora incipiente e tuttora ancora da compiere. Il condottiero, «di bellezza di volto, e d’un certo lucido splendore […], pareggiava gli antichi Heroi», ed è ritratto con pizzo e baffi rossi nell’Historia della augustissima famiglia Colonna (1658) di Filadelfo Mugnòs; può essere visto anche negli affreschi di Palazzo Colonna a Roma, e in un ritratto di Scipione Punzone, Cinquecento anni dopo gli Statuti da lui emanati, ne ricordano nome e imprese poche righe sparse, e una strada intitolatagli già da tempo; nessuna commemorazione ufficiale dell’opera sua. Molte sono le storie importanti ormai dimenticate e anche il presente sembra piuttosto assente. Gli uomini passano, le cose pure. Le città cambiano.

Scipione Pulzone (1550-1598), Ritratto in Armatura di Marcantonio I Colonna con il Collare dell’Ordine di San Michele.

Fotografia: Claudio Comandini, “Maschietto tuscolano” – Frascati, dicembre 2015.