Soundcentral: come divertirsi a Kabul

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Claudio Comandini
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Claudio Comandini

Data di Pubblicazione

9 ottobre 2012

Situazione attuale in Afghanistan e fine dei negoziati USA con i Talebani. Soundcentral, festival di musica alternativa a Kabul. Golpe e dominazioni. Al Jabri: modernismo dell’Islam. Derrida: divenire “altro” dell’Occidente. Said: critica all’orientalismo di maniera. Lloyd Miller e i concerti di tambuir. Franco Fabbri: psicoguerra americana e riferimenti musicali datati. Esempi memorabili della musica islamica: Uhm Khultum, Nusrat Fathe Ali Kanh, Nasida Ria, Cheb Khaled, Özdemir Erdoğan, Erkin Korai, ZeN, Mercand Dede. Le band di Soundcentral: Unknown District, White City, Kabul Dreams, Ring of Steel, Tears of Sun. Adorno: falsa alternativa e logica del consenso. La biodiversità musicale e le forme del divertimento.

In Afghanistan, dove il ritiro delle truppe americane sarebbe previsto per il 2014, il compito di negoziare la pace con i Talebani è stato recentemente accantonato dagli Usa, per essere lasciato al governo locale; al fallimento della missione internazionale potrebbe accompagnarsi il rischio di una nuova guerra civile, con esiti ancora una volta disastrosi. Nel frattempo a Kabul, anticamente ultima tappa verso l’India e non lontana dalla Cina, si è appena svolta la seconda edizione di Soundcentral, festival di musica alternativa organizzato da Travis Beard, frizzante fotoreporter australiano.

L’emittente del Qatar Al Jazeera ha celebrato il festival e la «ribellione giovanile del rock» con stereotipi filoccidentali imbarazzanti e datati. L’agenzia stampa britannica Reuters ci informa che secondo Masoud Hasan Zara, giornalista full-time e cantante part-time originario della città di Herat, vicina al confine tra Iran e Russia, la gente del luogo spesso è «troppo tradizionale» ed è difficile parlare di «musica moderna», specialmente di blues: che però in qualche modo è «tradizionale» a sua volta, e forse nemmeno è più tanto «moderno», se moderno significa ancora «relativo e proprio del momento presente».

Qualche indispensabile precisazione. In Afghanistan, paese prevalentemente montuoso, arido e povero da sempre, il divieto verso i concerti rock, che certo non erano numerosi, è stato sancito nel 1981 dalla dominazione sovietica, per essere confermato dopo il 1989 dalla Repubblica del Nord, che con le sue sanguinose repressioni preparava la strada al regime altrettanto feroce dei Talebani, i quali dal 1996 hanno criminalizzato ogni manifestazione musicale non religiosa. In tali forme, il fondamentalismo sembra troppo accanitamente coinvolto, seppure in negativo, dai valori o disvalori occidentali, e quanto comunque accade è che i Talebani, dopo undici anni di guerra, sono ancora piuttosto influenti nonostante le elezioni del 2005 e del 2010, al punto che il presidente Karzai suggerisce al loro leader Mullah Omar di candidarsi a sua volta.

L’islamismo, che rappresenta la forma ideologica legata alla visione più estremista e politica dell’Islam, è generalmente poco interessato a musiche e ad altre manifestazioni culturali di matrice occidentale e secolarizzata, ma questo non significa che la cultura musulmana non le conosca: anzi, la modernità e le sue forme non sono necessariamente osteggiate, e anzi nel suo complesso il mondo islamico è attualmente animato dalla ricerca di una propria modernità, del tutto indipendente dalla razionalità del cogito cartesiano, che da parte sua in Occidente ha radicalizzato il dualismo corpo e spirito in senso meccanicista portando a considerare l’uomo e il cosmo quali macchine e a ridurre la trascendenza ad un teatrino di fantasmi.

Della tensione modernista dell’Islam è stato un esponente significativo il filosofo marocchino Al Jabri, il cui nuovo averroismo si propone, individuando tre diversi ordini cognitivi (bayān, analogia e indicazione; ’irfān, gnosi e illuminazione; burhān, ragionamento dimostrativo, proprio dell’indagine filosofica di derivazione aristotelica) di oltrepassare il «misticismo oscurantista» che a suo dire ha corrotto l’autenticità dell’Islam. L’intento di garantire rispettiva legittimità, reciproca autonomia e opportune relazioni tra ragione e trascendenza potrebbe sorprendere il mondo intero laddove si comprendesse che tale nodo riguarda anche il diffuso dogmatismo ideologico che, portando politica e cultura a costanti veti incrociati, conduce a ignoranza e sopraffazione pure il presuntuoso Occidente.

Infatti, anche l’Occidente, costretto dal proprio integralismo razionalista a produrre ideologie su ogni insignificanza, e quindi a coprire il vuoto con parzialità, nella sua crisi perenne presenta tutti i sintomi di una malattia autoimmune. Se vanno evitate melanconie conservatoriste che vivono di rimpianti lontani da ogni realismo, l’esigenza di reinventarsi non deve rifugiarsi nell’immagine personale di culture altre perlopiù immaginate. Autoesaltazioni e autodenigrazioni, xenofobie e xenoflilie, sono comunque roba da gente annoiata e noiosa, e portano soltanto a non riconoscere né dove si è né dove si guarda. E, nell’evitare quanto Edward Said chiamò «orientalismo», per cui nell’apparente riconoscimento delle culture altre sussite pur sempre un’attitudine colonialista, va anche ricordato che l’Occidente non è necessariamente riducibile alla logica di dominio, laddove, come segnalò Jacques Derrida, esso è caratterizzato dal costante divenire «altro da sé». Piuttosto, quanto va compreso è quanto storia e cultura europee devono all’Islam e come questo rappresenti una sorta di occidente parallelo.

Insomma, indipendentemente dagli ignoranti di ogni dove, le civiltà da sempre si incontrano, continuamente mutano, portando ad idee che alimentano tanto le civiltà quanto gli incontri: ciò almeno laddove si riconosca lo specifico e la natura composita di ognuna di loro e nei casi nei quali gli incontri non si riducano a formalità ed esercizi di stile. Insomma, lo scontro di civiltà descritto da Huntington per il mondo successivo alla guerra fredda, che riguarda gruppi di culture legate da vincoli di cultura e religione, non rappresenta necessariamente un destino di guerra, quanto una condizione da affrontare attraverso gli opportuni strumenti.

La musica è tra gli strumenti che rendono possibili gli incontri e qualificano gli stili. Nel 1974, durante l’esperienza della prima repubblica afghana, proclamata con un golpe dal già primo ministro Mohammed Daud durante un’assenza di re Zaher, il musicista jazz e musicologo americano Lloyd Miller, collaboratore del trombettista e direttore d’orchestra Don Ellis e profondo conoscitore della musica persiana, organizza in Occidente memorabili concerti di tambuir, strumento tipico afgano che ritroviamo anche alla base del sitar indiano. Successivamente, una serie di colpi di stato bruceranno le esperienze repubblicane e socialiste del paese, portando all’invasione sovietica del 1979 e all’intromissione americana del 2001. E, laddove i secondi per fare guerra ai primi hanno avuto atteggiamenti di larga accondiscendenza verso i fondamentalisti Talebani e il network di Al Qaeda, sono proprio gli statunitensi, che pretendono di essere i liberatori, i principali responsabili del disastro del paese.

Gli incontri assumono così forme bizzarre. Nel 2001, durante i bombardamenti americani, le trasmissioni radio del Quarto Psycological Operantions Group incitano alla ribellione contro Al Qaeda e Bin Laden, disseminando nel paese radioline paurosamente simili ad ordigni esplosivi che diffondono musiche terribilmente datate. La scelta poteva anche essere più attenta laddove, come ha considerato il musicista e musicologo Franco Fabbri, la varietà culturale e musicale del mondo musulmano è enorme e le sue forme si diffondono su un’area estremamente estesa e oltre i confini delle nazioni. Non è facile orientarsi in musiche le cui modalità di produzione e diffusione sono piuttosto difformi da quelle regolate da grandi compagnie e diritto d’autore, ma sono molti gli esempi già storici. La cantante egiziana Umm Khultum, morta nel 1974, che sul sistema modale arabo intonava maqamat, lunghe improvvisazioni basate sul Corano. Il pakistano Nusrat Fateh Ali Khan, morto nel 1997, con i qawwali dal misticismo erotico e coinvolgente. Le indonesiane Nasida Ria, nove deliziose donne dal capo coperto radicate nell’Islam e attente all’attualità, e il loro qasidah modern. Cheb Khaled, trasferitosi da tempo in Francia, che ha introdotto nella musica nordafricana elementi ispanici, chanson, rock e reggae, a suo tempo fortemente criticato dai fondamentalisti ma con il suo raï estremamente rappresentativo della cultura algerina. Inoltre, rispondendo alla lunga memoria di “medietà” della penisola anatolica, e quindi legati alla tradizione musicale autoctona e al contempo cosmopoliti e attenti al presente, i musicisti turchi, che dal jazz del Bosforo di Özdemir Erdoğan al turk’n’roll di Erkin Korai, dalla psichedelia ottomana degli ZeN al techno-sufi di Mercan Dede, hanno nel tempo indicato una particolare via musulmana alle musiche della contemporaneità.

Nel 2012, in un Afghanistan dove da undici anni il regime talebano è collassato per lasciare spazio all’inferno americano, un anno dopo la dichiarata uccisione di Bin Laden e mentre le truppe USA sono in ritiro, si svolge Sound Central. All’evento, che si propone di essere «non-partigiano e non-politico ma semplicemente musicale», hanno chiesto di partecipare più di 50 band. Numerosi sponsor e sedi diplomatiche internazionali hanno messo a disposizione le loro risorse per situazioni che si propongono, come l’Islam prescrive, rigorosamente alcool-free. Le proposte si sono ristrette ad una decina di presenze, oltre a vari performer: tra queste, gli Unknown District, band metal afgana di cui la stampa ci avverte che «ha portato sul palco tutta l’energia della giovinezza»; il leader Yo Khalifa ha dichiarato la «sensazione di euforia data dalla libertà di espressione»: a parte i toni dell’ufficio stampa, sulla loro versione di Sweet Dreams degli Eurythmics pesa gravemente l’ipoteca di Marylin Manson, e di afghano sembrano avere ormai solo il senso di una qual certa devastazione. Tra le altre resident band, i White City, fondata dal direttore artistico Travis, la cui hit è Space Cadet, pop-rock ben costruito dal vago sapore post-sovietico, e tuttavia afgana come un hashish tagliato con la paraffina; l’indie rock dei Kabul Dreams, di cui Chill Morghak sembra davvero rock e anche abbastanza originale, ma è in loco reputata come pessima influenza secolarizzante filo-occidentale.

La proposta più interessante è quella offerta dai Ring of Steel, dei quali In Fear of the Massacre tributa la giornalista Marie Colvin, la prima ad intervistare Gheddafi dopo il golpe e morta recentemente in Siria sotto le bombe governative; il lungo brano ne utilizza gli scritti in uno sperimentalismo ambient e post-rock evocativo e sospeso, con riprese di guerra low-fi.

In rappresentanza di altri paesi, ci sono stati gli uzbeki Tears of the Sun, con un funk-rock ben strutturato, gli australiani Pit Panther Party e il loro brutal rap metal dai contenuti politici. Ospiti di punta, gli Asian Dub Foundation, e come contorno artisti multimediali quali Arian Delawari, e inoltre busker, graffitari e dj. Il clip promozionale, com’è piuttosto tipico, non facilita la comprensione del contesto e dei contenuti musicali, e la sua conclusione, dove il pur simpatico Travis indossa in rapida successione le magliette delle band occidentali più alla moda, può divertire ma anche inquietare; dal canto loro, i giovani ripresi e intervistati sembrano divertirsi esattamente come ci si dovrebbe divertire anche in Occidente, e tutto sembra un film già visto.

Del resto, l’influenza occidentale di questa new wave afghana non può né stupire né scandalizzare, e visti gli sconvolgimenti e i disequilibri del paese è pure inevitabile prenda queste forme, e certamente c’è anche bisogno di nuova musica e di un festival che la rappresenti. Tuttavia, se l’attuale movimento non sarà accompagnato da un generale ripensamento culturale, e se alla base di queste manifestazioni sussistono per davvero soltanto consumi indotti e scimmiottamenti beceri, per cui le alternative e le stravaganze sono solo quelle che è possibile ricomporre in una logica di consenso, troverebbero la loro più drammatica pertinenza i concetti di «pseudo-individualizzazione» e di «standardizzazione» che Adorno ha elaborato da tempo per comprendere le forme culturali apparentemente trasgressive che si adattano in modo particolarmente calzante alle pseudo-star prodotte da quel capitalismo avanzato in nome del quale facciamo guerre e raccogliamo cocci.

Per quanto spesso in ritardo, la musica da sempre compendia le caratteristiche più decisive dei suoi tempi, nutrendosi anche di equilibri precari e ampie confluenze; il rock, nelle sue ampie diversificazioni, è stata probabilmente l’ultima delle avanguardie culturali del novecento, spesso autenticamente all’opposizione rispetto al contesto politico e ai poteri dominanti e a quella sorda maggioranza purtroppo oggi non più silenziosa. Quei tempi sono ormai passati, e il nemico di una volta è il padrone di oggi. Come accade in modi analoghi per la parimenti screditata democrazia, l’esportazione forzata del rock può portare ad una sorta di imperialismo per cui la spiccata biodiversità dei mondi musicali di altre culture rischia di venir travolta dall’invasione di musica fasulla, in grado di introdurre un ulteriore divario culturale anche rispetto alle componente più autentiche di una cultura, costringendole ad assecondare tipologie decise altrove. Uno dei rischi maggiori è quello di un “divertimento” limitato all’intrattenimento banale, ma comunque da tempo a Kabul non ci si diverte più per davvero, ed è questo il vero problema.

Fotografia: Claudio Comandini, Frattura (L’Aquila, agosto 2010).